di Lorenza Fumelli 22 Febbraio 2012

Zuppa di patate e porri, di funghi e patate, di legumi e cereali, di fave con le cotiche, di ceci e castagne, zuppa di cipolle. Minestrone di verdure, passato di verdure, minestra di riso e cavolfiore, riso e piselli, riso indivia e pomodoro. Brodetti di ogni tipo, pasta in brodo, stracciatella, e se volete andiamo avanti per un paio d’ore. Il senso è: ma dove sono finite le minestre?

Nei menù della maggioranza dei ristoranti romani mancano drammaticamente, e già da un po’. Non so come siano messe le altre regioni, ma a parte i grandi classici regionali (dai Canederli a tortellini e cappelletti in brodo) temo non vi sia traccia di minestre e zuppe nella proposta di tutti i giorni.

Qual è la ragione? Fa troppo “focolare domestico”?, il cliente medio preferisce la pasta, il risotto, le carni e altre preparazioni? Eppure, personalmente, adoro le minestre. Adoro il vapore caldo che ti sfiora il viso trasportando aromi, profumi e spezie. D’inverno specialmente, non c’è niente di meglio che un liquido caldo a coccolare il corpo infreddolito, dentro e fuori casa, a ogni tavola addomesticata.

Dal punto di vista dei ristoratori poi, è una cosa che davvero non capisco. La minestra ti fa risparmiare, si conserva più a lungo e il giorno dopo può anche migliorare. La minestra è il parco giochi di ogni cuoco con un briciolo di fantasia, terreno ideale per l’utilizzo di infiniti ingredienti, innumerevoli profumi, spericolati abbinamenti.

La minestra è anche luogo di incontro tra natura e cultura, tra verdure di stagione, prodotti del territorio e tradizioni regionali. Insomma, devo continuare? Ma dove sono finite ‘ste minestre? Sapete darmi una spiegazione? E ditemi la verità, mancano anche a voi o ne fate volentieri a meno?