di Stefano Caffarri 23 Marzo 2010

Rovisto nel ripostiglio, e prima di affrontare il tema “donne in cucina” indosso l’attrezzatura da combattimento perchè so che mal me ne incoglierà. Per fortuna stavolta ho un testimonial d’eccezione, il favoritissimo chef-scrittore Davide Oldani, artefice del successo planetario del ristorante D’O di Cornaredo (Milano). Ieri sera, nel corso di un incontro patrocinato da una nota marca di pasta della scuderia Barilla SpA, ha espresso un giudizio lapidario rispondendo a una domanda sulle donne con cui ha lavorato: non ci sono donne in cucina perchè non ce la fanno, è un mestiere troppo duro per loro”. Il brusio di sottofondo si è trasfomato in una carica di cavalleria: le molte signore in sala sono passate dalla fascinazione al ripudio in un batter d’ali di farfalla. Oldani ha poi motivato il suo giudizio con l’esperienza personale: su 13 solo una è donna, nella sua squadra. Altre cercano “strade più facili” come la cameriera o il sommeliè, perchè se provano in cucina poi ineluttabilmente mollano, stritolate dai meccanismi della brigata.

Lo scriba – indegnamente – cercherà di fare ordine nelle varie ragioni, possibilmente senza perdere di vista l’obiettività pre-barricadera, che di schieramenti precostituiti ne abbiamo tutti piene le tasche. E l’obiettività dice che da un lato la cucina è tipicamente, oserei dire tradizionalmente il luogo delle donne. Almeno nelle nostre case è stato così, le mamme… le nonne. Dall’altro nelle cucine dei ristoranti di donne ce ne sono poche. Pochissime. Quindi con l’arma del dubbio che dovrebbe sempre governarci, ecco due possibili spiegazioni, in attesa della terza, la quarta, la quinta…

1. Il mestiere del cuoco è troppo duro per una donna. Orari massacranti, postura faticosa sempre all’impiedi sono solo due componenti: la terza è la vera e propria forza fisica, brutale, che occorre per menare le caccavelle a destra e sinistra, per saltare una padella ad alto spessore, per muovere pentolami ricolmi di brodi, per scorticare animali  d’ogni ordine e grado. La scelta della professione di cuoco impone anche compromessi durissimi con l’altra parte della femminilità: solo uno sciocco potrebbe negare che per una cuoca fare la mamma, con un paio di PEU (Piccoli Esseri Umani) a carico, sia un’impresa che si può affrontare solo con spalle larghe. Le proprie e quelle di chi sta accanto.

2. Il palato femminile è assai più sensibile e sofisticato di quello del maschio spiegava un serissimo studio americano – gli studi serissimi sono sempre americani – perciò le preparazioni delle donne tenderebbero a essere più sfumate, delicate, eteree. Quindi, meno inclini a soddisfare gli appetiti belluini dei cinghialoni che poi pagheranno il conto, ove il pagare il conto è inteso con la pratica maschile di farsi carico del mantenimento. Quindi la cucina dei maschi giudicata da maschi che hanno maggiore affinità con quel gusto, ha più possibilità di emergere rispetto alle finezze femminili.

In realtà il mondo della cucina è un mondo declinato al maschile: cuochi, critici, giornalisti. La vera domanda, più intessante di saltare alla gola del vostro umile cronista qui, o a quella del celebre chef Davide Oldani, è perchè ciò accade. Perchè la cucina professionale non è roba da donne?

[Fonti: Voiello, Twitter/Ci_Polla, immagine: Flickr/Chez Babs]