di Martina Liverani 17 Febbraio 2012

A volte una cupcake è solo una cupcake. A volte no. Al Washington Post temono che quella delle cupcakes sia qualcosa di più di una moda passeggera, piuttosto un’attrazione profonda. Una storia d’amore duratura, insomma. E se le cose che amiamo la dicono lunga su di noi, il nostro insano rapporto con le cupcake (lo scorso anno in Usa ne sono state mangiate 700 milioni!) rivela cose inquietanti. No, la cupcake non è un’innocente e zuccherosa tortina: mascherato da teneri decori cela lo specchio di ossessioni e manie moderne.

Questo umile mix di farina, zucchero e burro, abilmente imbellettato, causerà lo sgretolamento inesorabile della nostra società in un mucchio di briciole ricoperte pasta di zucchero? Le cupcake sono il 21 dicembre 2012?

Ecco cosa nascondono sotto la glassa:

Auto indulgenza.
“Come potrebbe farmi male una cosina così deliziosa, bella e piccola?”. Con questa frase spesso giustifichiamo l’acquisto di una tortina. Siamo una generazione che si auto-lenisce con il cibo. E se questo gesto fosse solo un triste tentativo di riempire le nostre vuote anime con una bombetta calorica multicolor?

Persempregiovani e immaturi.
Tenerezza in pirottini, le cupcake ci proiettano nell’infanzia di una cameretta colorata e nei disegni delle fiabe che ci raccontava la mamma prima della buonanotte. Hanno i colori dei pastelli dell’asilo, dei vestiti di cicciobello. Credete che sia sana la nostra dipendenza da cupcake o sia il caso di farci vedere da uno psicoterapeuta? Bravo.

Belle senz’anima.
Se la cupcake fosse una donna, sarebbe una di quelle delle pubblicità di moda: perfette, ritoccate all’inverosimile, capelli scolpiti, trucco termico, sguardo lascivo. Una di quelle cresciute a pastiglie dimagranti e ambizione (di fare la velina o la tronista, naturalmente), preoccupate solo dell’aspetto, ma di sapore, non un granchè. Nessun altro dolcetto come le cupcake ha uno scollamento così grande tra quello che appaiono e quello che realmente sono. Le persone non amano le cupcake perché sono buone (un sacco di altre cose sono molto più buone delle tortine), ma perché si illudono che quella sensazione di appagamento degli occhi sia anche nel gusto.

Ego-cupcakeismo.
Dispenser di insignificanti momenti di felicità e diabete, sulle cupcake proiettiamo fantasie di ciò che vogliamo essere: decorare una tortina ci permette di ignorare quello che siamo e diventare le persone che vogliamo (principesse dell’icing, regine della glassa, cappuccetti rossi, maghe del fiorellino di zucchero). Allontanandoci dagli altri, la cupcake non si spartisce, individuale e individualista. Anzi è egoista.

Magnetiche e adorabilmente diaboliche tortine, compromesso tra dignità e sapore: ciò che ci attira a voi non è semplice da spiegare. Se fosse facile, non sarebbe un grande amore.

[Crediti | Martina Liverani è l’autrice del blog Curvy Foodie Hungry. Link: Washington Post, Immagine: Suditha Rushani Ranasinghe]