di Adriano Aiello 15 Febbraio 2012

Le consapevolezze passano spesso per dei momenti fondativi di rara demenza. Anni fa scoprii ciò che oggi è noto a tutti (o quasi?) ovvero che le uova erano suddivise in quattro tipologie d’allevamento. Ognuna di queste categorie è rintracciabile dal primo numero stampato in esterno a sinistra. Lo 0 indica l’allevamento biologico, l’1 quello all’aperto, il 2 a terra, il 3 in gabbia e se ci fosse un 4 sarebbe una gallina in un vaso con le spine, sottoposta a costanti vessazioni intellettuali da parte di Giovanardi.

Se nella provincia lombarda avete mai intravisto un losco individuo aggirarsi nel reparto consono e mettere in atto una serie di manovre di dubbia eleganza per scorgere il numerino di contrassegno, ebbene si, ero io. Le uova biologiche (che ora prendo sempre anche per evitare il siparietto demenziale, ma mi manca il brivido dell’avventura…) erano un po’ meno diffuse e l’operazione era alquanto scomoda.

Ora, se questo lo sappiamo tutti, la cosa probabilmente meno nota è che dal 1 gennaio di quest’anno, per una normativa europea che aggiorna la vetusta direttiva n°74/1999, l’allevamento in gabbia è vietato sono vietate le gabbie di allevamento in batteria (che devono avere uno spazio per gallina minima di 550cm2: meno spazio di un foglio A4).

Ovviamente in Italia, a tutt’oggi sarebbero irregolari oltre il 50% degli allevamenti e il governo italiano ha già presentato un emendamento che renda più elastico questo regolamento, appellandosi, a una manierata retorica politichese. Cose del tipo: “la situazione è in rapido miglioramento”, “la procedura partirà comunque ma l’iter è lungo e spero che prima di arrivare davanti alla Corte di giustizia ci sia una ragionevole decantazione di tutto il problema”. E’ quello che ha dichiarato il Ministro delle Politiche Agricole e Forestali Mario Catania all’Ansa, senza nemmeno ricevere sufficiente schermo per l’uso dadaista del termine decantazione. La sostanza è: siamo arretrati, chiediamo venia.

Ma siccome qui non si fa del fanatismo è giusto aggiungere che ci sono numerosi studi che asseriscono che il valore nutrizionale delle uova non cambia a seconda del tipo di allevamento. Ma ce ne sono anche altri che negano questo risultato e raccontano di uova morfologicamente diverse. Da sociologo vi dico che è sempre più rilevante la committenza che il risultato della ricerca ma ci apriremmo a discorsi di ben altra natura.

Io, nel dubbio, anche per un sano prurito etico continuo a prendere quelle bio, anche perché non sono questi 30 centesimi aggiuntivi a martirizzare il mio personale paniere alimentare. E voi?

[Crediti | Immagine: Acqualimpida]