di Stefano Caffarri 6 Febbraio 2010

Il cuoco a domicilioUna volta capitava agli agenti di cambio che si redimevano all’improvviso. Mollavano i recinti delle grida a Piazza Affari. Compravano un fazzoletto di terra a Montalcino per un bilione di dollari. Indossavano pantaloni di velluto a coste Visconte di Modrone per vendere le loro bottiglie al costo di una protesi dentaria. Ricetta della felicità in omaggio. Oggi sono gli architetti delusi ad abbandonare il tecnigrafo per dedicarsi alla raffinata arte della cucina, mettendo la creatività al servizio dei più golosi – e della propria pace interiore – visto che ormai per l’interior design è rimasta solo  l’Ikea.

E per dare forma al loro sogno di libertà trovano una scorciatoia, che scavalla di colpo la pratica al banco di pulizia del pesce e al lavaggio delle verdure, la gavetta delle partite e la catena di montaggio della linea: ecco a voi il cuoco a domicilio.

Colto, raffinato, dotato di un gusto estetico sfaccettato e poliedrico, sa declinare la carbonara di pesce in tre lingue e si muove con passo felpato tra una rivisitazione di pasta e fagioli o un gelato di rape rosse, con la levità di un Blaise Pascal e con la profondità di J.J. Rousseau.

Intanto le signore della sinistra extraparlamentare concordano con i cuochi erranti menù personalizzati soffiando dentro il loro iPhone, mentre si crucciano di dubbi strette nel golfino di cachemire al tinnire dei braccialetti Pomellato.

Eppure il cuoco a domicilio è una particolare categoria dei professionisti della cucina: è un mestiere, e richiede fatica e “sudore delle cosce” per citare l’aerea metafora del Maestro Vissani.

Ne ho parlato con Sandra Salerno, che dalla passione per la cucina e la scrittura ha tratto, passando per il suo blog Un tocco di zenzero, l’idea per una nuova attività. Al telefono la sua voce scoppiettante è un fiume in piena: “tanti chiedono un preventivo perché credono che sia un modo per risparmiare rispetto al ristorante”. Certo penso io, vado dal sarto per spendere meno che con l’abito di confezione. “Le richieste sono le più varie: da chi ti chiede anche sedie e tovaglie, a chi vuole una cena per due a lume di candela”. Il cuoco volante si sposta con la propria attrezzatura, e deve organizzare negli spazi spesso angusti di una cucina che non conosce un cantiere professionale; fare la spesa per il menù ritagliato su misura; magari i vini in abbinamento. Ogni richiesta richiede lavoro: un progetto, un pensiero, un’idea. Magari per sentirti dire “eh, ma allora spendo meno se vado al ristorante”.

Per dire, il lusso per un soldo di cacio?