di Massimo Bernardi 5 Ottobre 2010

E’ iniziata l’era del gastrofanatico, espressione che risponde all’esigenza di chiamare l’intenditore di cose culinarie con nomi meno respingenti di “buongustaio”, “buona forchetta”, “mangione”, e se possibile, purgati dalle sfumature talebane dei vari “gourmet”, “gourmand” per non parlare dell’orrido “foodie”. La gastrosfera nazionale ha dunque deciso che non esiste parola migliore di gastrofanatico per chiamare (1) chi condivide con il mondo la cena nel risto esclusivo armato di iPad e fotocamera; (2) cucina solo dopo aver modificato le ricette di “Cotto e Mangiato” secondo i consigli del suo foodblog di riferimento; affida a Twitter l’identikit del Lambrusco premiato con i 3 Bicchieri. Appuratelo da voi leggendo una discussione su qualsivoglia argomento gastroqualcosa.

Google accredita Dissapore come inventore del neologismo, ma è proprio così? Diciamo che noi l’abbiamo diffuso, reso noto, propagandato, ce ne siamo approriati, ecco. Ma a creare l’espressione nuova è stato il blogger Luca Sofri in un suo pezzo del 2003 scritto per Il Foglio.

Precisato questo, esistono talmente tante parole da cambiare nel lessico culinario che sarebbe necessaria una rifondazione. Parole indigeste che pronunciamo (peggio: scriviamo) ogni giorno (“tipico, “territorio”, “filiera”, “goloso, “sentore”) o che per pigrizia, ripetiamo tipo automi: “molecolare”, “foodie”, “km zero”, salvo scoprire che le detestiamo quando a dirle sono gli altri.

Cari i mei piccoli lettori, quello che vi propongo stamattina non è un gioco facile. Non vi chiedo solo una lista di parole del dizionario gastronomico cui siete intolleranti, ma avendoci il tempo, anche con quali vocaboli le cambiereste per evitare drammatiche crisi di rigetto.

[Fonti: Chef di cucina Magazine, Papero giallo, Comm.Europe, immagine: New York Times Magazine]