di Luca Iaccarino 19 Luglio 2017
identità gelato umami paolo brunelli

Da quando esiste il food-porn, esistono quelli che giudicano i piatti dalla foto.

Non ne giudicano l’aspetto –quello è giusto e naturale–, ne giudicano il gusto. Guardano un’immagine e dicono:
— è cattivo.
— E’ scotto.
— E’ senza sale.
— E’ troppo grasso.

Qualche giorno fa posto sul mio Facebook un vassoio di tagliatelle verdi (hanno il basilico nell’impasto) con vongole e orata. Un piatto ruspante, in una trattoria di mare.

Uno sconosciuto commenta (vado a memoria):

“ma come si fanno a fare le tagliatelle agli spinaci con le vongole? Sono matti!”.

Rispondo, garbato: “non sono agli spinaci, sono al basilico”.

E lui: “e comunque c’è troooooppo aglio! Ma si può mettere tutto quell’aglio?”.

E io: “guardi che non è aglio, è orata”.

“Eh – conclude lui – ma non si capisce che è orata. Sembra aglio.”

Si deve essere trattenuto a stento dallo scrivermi: “ma è sicuro che non sia aglio?” perché una delle cose più fighe dei recensori virtuali è che spesso deducono dalla foto di più di quanto possa aver compreso tu, che il piatto l’hai mangiato.

Il massimo che si può dire guardando la foto di un piatto è che è bello. O è brutto. O è buffo. Questo certo.

Al limite si può provare a dedurre: “sembra buono”, “sembra fatto male”. Sembra. Non è. Se no si finisce come Lombroso, che pensava che i criminali avessero la fronte inclinata: a far la figura del fesso.

Perché saremo sì nel mondo virtuale, dei social, del porn, ma l’unico modo per capire se un alimento è buono o meno è ancora quello di milioni di anni fa:

assaggiarlo.