Siamo certi di voler rinunciare alla carne di cavallo?

La carne di cavallo non fa forse parte di quel patrimonio della Cucina Italiana che vogliamo tutelare e difendere?

Siamo certi di voler rinunciare alla carne di cavallo?

In generale, trovo lo specismo fastidioso. Quel principio totalmente soggettivo per cui gli insetti no ma i gamberetti sì, le nutrie per carità ma i granchi blu che buoni, il maiale non c’è problema ma guai a toccare il cavallo. Gli animali sono tutti animali e, anche quando si decide di continuare a mangiarli, vanno rispettati in quanto esseri viventi, tutelando e difendendo le norme che ne regolamentano le condizioni di vita dignitose negli allevamenti e le modalità di morte senza sofferenza.

Che poi non sempre questo venga rispettato è un altro discorso, che va certamente affrontato e denunciato, proprio come ha fatto l’associazione animalista Animal Equality nella video-inchiesta che arriva in concomitanza con la proposta di legge che chiede di vietare il consumo di carne di cavallo.  Ancora una volta, però, siamo lì a ragionare sul fatto che tutti gli animali sono belli e uguali e meritano rispetto, ma alla fine i cavalli sono un po’ più uguali degli altri.

Siamo sicuri di voler rinunciare alla carne di cavallo?

Polpette di cavallo sulla brace

L’Italia – dice un report di Animal Equality – è ai primi posti in Europa per consumo di carne di cavallo, con circa 17.000 equidi macellati nel 2024 (fonte: Vetinfo), e detiene il primato a livello mondiale per numero di importazioni. Il che significa, tra le righe, che talvolta quando pensiamo di mangiare carne di cavallo locale in realtà ne stiamo mangiando di importata, e quindi – come sempre – è bene fare attenzione.

Ma il punto rimane: in Italia la carne di cavallo fa parte della nostra alimentazione, magari non di quella di tutti, ma sicuramente di tante famiglie che sono convinte – a torto o a ragione – che sia una carne particolarmente salutare (il 67%, secondo i dati del report) e di altre che la mangiano perché la amano, e perché fa parte della loro tradizione regionale (il 43%).

Certo, la carne di cavallo – spiega ancora il report – non è centrale nella dieta italiana: solo il 17% delle persone che includono la carne nelle proprie diete (il 92% delle persone intervistate) dichiara di consumarla, e la tendenza è in leggero calo.

Come a dire, possiamo tranquillamente farne a meno. Ma davvero vogliamo?

E il Patrimonio della Cucina Italiana?

No, perché siamo lì a riempirci la bocca del Patrimonio della Cucina italiana che – anche se non abbiamo ben capito le motivazioni dell’Unesco, che poco centrano con le ricette tradizionali – va tutelato e rispettato.

Vanno tutelate le nostre radici, che affondano negli spaghetti al pomodoro, e vanno ricordate le nostre nonne, che impastavano e cucinavano e ci hanno insegnato come farlo. Ce lo dicono i politici, ce lo dice il marketing, lo ripete la signora della porta accanto.

La Cucina Italiana è ricca e bella, anzi è la migliore del mondo, e va rispettata. E allora, la Cucina Italiana è fatta pure di carne di cavallo. Magari non ovunque, ma ci sono regioni e territori che nella carne di cavallo trovano la loro identità gastronomica più forte. Come il Catanese, che la cuoce principalmente alla brace, tra fettine e polpette, e magari ci riempie i panini per lo street food più buono e antico del mondo.

O il Piacentino, dove la Picula ‘d Caval è uno dei piatti più antichi della tradizione locale: uno spezzatino di carne di cavallo stufata, servito con la polenta. E poi c’è la Puglia, e in particolare il Salento, dove i pezzetti di cavallo e le braciole di cavallo (e le polpette, talvolta) sono un elemento fondamentale della gastronomia tipica, tanto da avere feste e sagre di paese che li celebrano.

E poi ci sono gli Sfilacci di cavallo padovani, un tempo serviti in accompagnamento alla polenta e oggi utilizzati per diversi piatti, ma in generale inseriti da Slow Food nell’Arca del Gusto come uno di quei prodotti tradizionali che va perdendosi nel tempo, perché “oggi la carne di cavallo è molto difficile da reperire soprattutto perché gli allevatori della zona preferiscono tenere animali più facili da allevare”.

Ecco, il tema della diminuzione dei consumi è anche quello, banalmente che la carne di cavallo costa più del maiale, sia per i consumatori che per gli allevatori. E allora se ne produce meno. Vuoi mettere quanto si può guadagnare di più con gli allevamenti intensivi di maiali, o di galline? Ed è come se, parlando di carne e di allevamenti, si guardasse il dito che indica il cavallo, senza vedere la luna piena di gabbie sovraffollate di animali per il consumo industriale.

Non sarebbe meglio, invece, concentrarsi sui problemi veri – che ci sono – legati al consumo e alla produzione di carne? Davvero il nodo del rispetto animale sta nel salvare i cavalli, e lasciare che maiali mucche e polli stiano schiacciati in minuscole gabbie, in condizioni igieniche indecorose, fungendo da potenziali pericoli per la salute umana e causando livelli di inquinamento oltre ogni soglia ragionevole? Scegliete voi se il problema è la carne di cavallo.