di Sara Porro 2 Marzo 2012

In genere non faccio la spesa al supermercato. Visto che mi voglio bene, prediligo i prodotti di stagione, e amo la vita di quartiere mi rifornisco soprattutto al mercato, così risolvendo i tre (circa) pasti settimanali che non consistono in patatine, olive e Moscow Mule (sono una donna piena di contraddizioni). Ma da quando scrivo il Comprato&Mangiato del giovedì, il mercoledì vado a fare la spesa al supermercato.

Decido ogni acquisto dopo lunghe peregrinazioni, passo un’infinità di tempo girovagando tra le corsie con la stessa aria svagata e cupida che ho in libreria. Se l’abitante-tipo del supermercato è la madre di famiglia, che va a fare la spesa con la lista:

— comincia a mettere le cose nel cartello,
— vieta ai bambini di comprare le patatine,
— rimette sullo scaffale il sacchetto di patatine che i bambini hanno messo nel carrello in un momento di distrazione,
— sgrida i bambini,
— perde il desiderio di vivere,
— acquista cioccolata di nascosto dai bambini,
— conclude con i surgelati,
— paga alla cassa,

io invece sono una turista del supermercato. Così ho scoperto che ci sono modi per vivere il supermercato forieri di gioie inattese.

Esempi.

  1. Il voyeurismo della spesa altrui. L’irresistibile tentazione di spiare cos’ha comprato chi mi precede alla cassa, colto in un momento di completa nudità. Dalle mie ispezioni ho rilevato che tra uomini e donne c’è un abisso, in particolare quando vivono soli: le donne comprano sedani, robioleyogurt e l’occasionale cioccolato della sublimazione degli istinti carnali. Gli uomini: uova, hamburger, biscotti e birra. Io, – oltre a essere voyeur – tendo anche a partecipare in modo sottile, rivolgendo sguardi di biasimo ad acquisti particolarmente poco salutari e ammiccando a spese che sembrano alludere a serate torride (sul gradino più alto del mio podio personale, il signore che ieri ha acquistato solo vino, fragole e Olio Johnson’s).
  2. La lettura compulsiva degli ingredienti. Un po’ perché evito di acquistare cose con componenti troppo bizzarri, un po’ perché sono curiosa e le scoperte che si fanno leggendo gli ingredienti sono spesso piccole epifanie, niente entra nel mio carrello senza che io sappia cosa contiene. Leggo le etichette di tutto-tutto. Dovreste farlo anche voi, anche se richiede tempo e alcuni vanno a fare la spesa con lo spirito di chi fa qualcosa che deve essere fatto e non del gitante della domenica. I non-compulsatori di etichette sappiano però che si perdono scoperte fascinosissime come gli ingredienti della scamorza affumicata Vallelata: latte, caglio, sale e aroma affumicato (ohibò!). O quelli dei preparati per budini: solo gelificanti, aromi artificiali e coloranti che rendono il latte un globo gelatinoso alla vanillina colorato di giallo. AI CUCCHIAI!
  3. La ricerca di una moglie o di un marito. Se uno non si fa distrarre troppo dall’attività descritta al punto 2 e fa invece tesoro delle informazioni raccolte con l‘intelligence del punto 1, il supermercato è un luogo dove si può trovare l’amore. In tempi in cui tutti convivono, gettare lo sguardo all’anulare della mano sinistra è poco utile per raccogliere informazioni sullo stato civile di qualcuno, mentre un carrello può dire molto: un uomo che acquista una vaschetta di crocchette al reparto gastronomia, una fetta di gorgonzola e un etto di mortadella è presumibilmente single. C’è solo da dire qualcosa per attaccare bottone: va bene tutto, tranne quello che state davvero pensando, cioè: “Lo sai che la tua dieta finirà per ucciderti?”
  4. I fuori orario. Mi piace andarci a metà mattina, per ascoltare il cicaleccio delle signore anziane e delle loro badanti, per guardare le neomadri e domandarmi “sarà una vera e propria postpartum o avresti solo bisogno di una notte di sonno?”. E mi piace andarci la sera, poco prima che chiuda, verso le 9, quando fanno la spesa i professionisti che lavorano fino a tardi, e vederli fare una spesa che somiglia alla mia, e mi chiedo come stiamo, siamo felici?
  5. La discrepanza lista/acquisti. Che andare a fare la spesa affamati sia una cattiva idea è chiaro persino a me. Eppure il supermercato riesce sempre a generare dei bisogni che mi portano a deviare dalla retta via della lista. Se sulla lista c’è scritto: sapone, arance da spremuta, ricotta io finisco comunque per acquistare sali da bagno al patchouli, marrons glacés e taleggio. E la colpa è del supermercato, non sono io che sono debosciata.