di Rossella Neri 28 Luglio 2014

Ogni tanto, mentre guardo lo scontrino della mia spesa settimanale e cerco di reprimere un attacco di panico, penso a come, un tempo, intere famiglie riuscivano a sfamare 10 o 15 persone fameliche senza che il padre fosse un broker della city, né la madre una donna in carriera con il tacco a stiletto. Il più delle volte mi rispondo sconsolata con un’altra domanda: dove abbiamo sbagliato?

Al netto di questi dilemmi, scavare nelle abitudini delle mie nonne che facevano quadrare il bilancio con due soldi, mi stimola qualche sera a organizzare cenette low cost che soddisfano le papille gustative anche troppo beneducate, e senza ricorrere a offerte, sotto-costo o sotto-marca.

Facendo la tara, va da sé, a pratiche ancestrali divertenti ma oggi al limite della proponibilità, vedi aringa appesa al soffitto per strusciarci sopra la polenta, salsiccia in mezzo alla polenta, premio per il primo che mangiava tutta la crema intorno.

Ne ho ricavato un mini-manuale che parte da questo assunto: le tecniche base sono solo due. C’è sempre un impasto con più acqua possibile, e, quando si può, si frigge come se non ci fosse domani. Perché lo sappiamo: fritte sono buone anche le suole delle scarpe, figurati il resto.

Cosa ne faccio con i soldi che risparmio? Corro a comprarmi una nuova collezione di formaggi di fossa, ovviamente.

Ecco il mio piccolo kit del cibo low cost d’altri tempi. Provate, potrebbe anche sfuggirvi il figurone con gli invitati.

1. Frittelle di colla.

frittelle di colla

L’idea più a buon mercato di mia nonna era una di quelle cose che quando le assaggi poi te le sogni anche di notte.

Le frittelline di colla altro non erano che un impasto di farina e acqua, colloso appunto, insaporito con sale e aglio tritato e poi fritto nell’olio bollente.

2. Torta putana.

torta putana

O qualsiasi altro nome abbia in Italia (questo è comunque il migliore, ammettiamolo). E’ la torta fatta con il pane vecchio avanzato ammollato nel latte e impastato con lo zucchero e le uova.

Leggermente meno low cost della mitica pappa al pomodoro, altra sublime ricetta che prevede il riciclo del pane vecchio, ma ne vale la pena.

3. Farinata.

farinata

Ineffabile ritrovato della cucina genovese, stento a capire come non sia diffusa nel resto d’Italia.

La farinata, che poi è un impasto di farina di ceci, acqua e olio d’oliva cotto nel forno fino a che non fa la crosticina e condito con un po’ di rosmarino fresco, vi provocherà un’inconsueta salivazione al primo morso.

4. Panissa (quella ligure).

panissa

Stesso impasto della farinata, ma senza olio, veniva cotto in una pentola a mo’ di polenta e poi servito a cubetti fritti.

Un’altra di quelle cose buone che la cucina regionale italiana, così generosa, confina in qualche nicchia di gaudenti senza rivelarne i prodigi al mondo intero.

5. Losanghe di semolino.

losanghe di semolino

Mica crederete che col semolino si facciano solo le pappine per chi ha portato la dentiera a riparare, vero?

Fritto (aridanghete) in losange e spolverato di zucchero è uno dei dolci più buoni della Romagna.

6. Fagioli con la cipolla.

fagioli e cipolla

Un piatto così irriverente che, ne sono sicura, fa breccia nell’animo gastrohipster di ognuno di voi.

I fagioli con la cipolla, impresentabili nella schiscetta da portare in ufficio, sono però una delle gioie sempiterne delle cene low cost.

7. Acqua dei pomodori.

l'acqua dei pomodori

Quella che rimane sul fondo dell’insalata. Io chiedo sempre a mio marito di lasciarmi anche la sua, e ci intingo voluttuosamente le fette di pane.

C’è anche chi, in caso di ospiti di riguardo, la serve a parte, in ciotoline di design.

[Foto crediti: fotografia una passione, valore alimentare, una cena con enrica, le ricette dell’amore vero, rugby, cucina e fimo]

 

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