Per scrivere un libro serve un’idea, tendenzialmente. A due americani famosi, la scrittrice Faith D’Alusio e il fotografo Peter Menzel, ne viene una promettente: chiedere al mondo cosa mangia (e quanto spende) in una settimana per dirgli chi è. Così decidono di visitare 30 famiglie in 24 paesi, Italia compresa, le fotografano accanto alla spesa settimanale, chiedono quanto è costata e quali cibi preferiscono. Scoprendo presto che la dieta planetaria è regolata da fattori poco controllabili tipo la povertà e i conflitti. Ma che mangiamo di più e peggio, inguaiandoci con la salute. Tutto documentato nel libro “Hungry Planet“, e in questa splendida galleria fotografica (ci sono anche la parte due e tre) ripresa dalla rivista americana Time.

[Fonti: Time, immagini: Peter Menzel]

commenti (8)

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  1. Avatar Chefclaude ha detto:

    Il servizio e le foto sono molto belle; non so il libro. Mi ricorda un articolo apparso anni fa sul Venerdì di Repubblica, non so se degli stessi autori, visto che le foto erano molto simili a queste. In quello veniva calcolato anche il consumo di proteine animali pro-capite, particolare classifica in cui “vinceva” una famiglia australiana o neo-zelandese di aborigeni. C’è in realtà molto materiale da contestualizzare, a parte la questione del confronto dei redditi o della classe sociale prescelta: quando ti ritrovi la pizza come cibo universalmente preferito, per esempio, già ti viene da chiederti che pizza, come e perché.
    Nel caso della famiglia aborigena, la scelta assoluta della carne era indotta e condizionata dal fatto di essere “caduti” da un regime di scarsità e da una attività di cacciatori, a quella di semplici pescatori nei banconi dei supermercati.
    Puoi chiedere al mondo cosa mangia: ma prima di dirgli chi è devi fare i conti con necessità che, nel divenire, nei desideri e nelle aspettative, si trasformano e si deformano in un raggio decisamente ampio.

  2. Avatar camilla baresani ha detto:

    Non so a voi come vada, ma io da mesi faccio una gran fatica a caricare le fotogallery di Dissapore e a navigare nel sito. Eppure ho un macbookpro abbastanza nuovo e una connessione fastweb (in galera!), ecc. Detto questo: il servizio mi pare di riconoscerlo. Lo pagò, a carissimo prezzo, Maria Luisa Agnese per Magazine, di cui era direttore (più o meno nel 2005/6). Le foto bastavano a se stesse. Dicevano, in pratica, la standardizzazione alimentare mondiale, la sudditanza dall’industria, i divari alimentari in termini di consapevolezza etica e reddito. In pratica le cose che già sappiamo, ma rese evidenti da quelle tavole piene di mercanzia immangiabile. C’era la foto dei mangiatori di legumi, (africani, mi pare di ricordare. Ma ora non riesco ad aprire queste iconcine minuscole) che – paradossalmente – ti faceva sentire meno angosciato del dovuto. Quello che impressionava erano le orrende porcherie industriali sul tavolo di famiglie più benestanti.

    1. Avatar frhack ha detto:

      I più allegri mi sembrano gli ecuadoregni, dieta sul vegetiariano (n.10) 22,50 euro alla settimana.

      Anche quelli del Ciad (n.3) hanno belle facce e spendono 0,90 euro alla settimana.

      in questi due niente prodotti confezionati.

      Tutti gli altri hanno la faccia di chi sta facendo una cura di antibiotici…


      io MacBook + Eutelia (galera pure loro, ma ottimo servizio per me) nessun problema con dissapore

  3. Avatar fabrizio scarpato ha detto:

    Non per fare sociologia da strapazzo, ma osservo che in periodo di crisi il tema si focalizza su cosa la gente mangia e acquista, mentre in periodi di vacche grasse (è stato fatto se non ricordo male) si discute su fotofrafie della spazzatura, dei rifiuti delle varie famiglie. Una specie di morale a seconda dei casi, a seconda della sensibilità del nervo scoperto.
    Da questo punto di vista, poi, e in fondo varrebbe tanto nella crisi quanto nell’agiatezza, nello stress come nell’abbuffata, mi sembrano significative le due scatole di bicarbonato della famiglia Manzo, italiana, messe lì in primo piano tra un pane e un piatto di cachi.
    Logorio della vita moderna.

  4. beh, che dire?!
    mi stupiscono i 278 euro della Sicilia, perchè significa che se per l’ Italia avessero deciso di ritrarre il caso Milano o Venezia diventavano 378 e allora era il posto più caro…..
    comunque è pazzesca la differenza tra Germania e Ciad, inconcepibile. Preferirei di gran lunga mangiare in Ciad piuttosto che schifezze precotte tedesche. Un’ altra cosa che mi ha fatto specie è notare che nei paesi occidentali sostanzialmente si mangia la stessa roba. Dai siciliani mi aspettavo panelle, melanzane alla parmigiana, pasta fresca invece wustrell e schifezze…….l’identità gastronomica pare l’abbiano mantenuta solo i paesi non occidentali. O meglio , la avviene il contrario di qui. Seguitemi. I pochi ricchi in un paese povero mangiano occidentale perchè fa status, mentre i povere mangiano tradizionale. Nei paesi occidentali, i poveri mangiano cibo di massa mentre i ricchi tornano al trasizionale, almeno nei centri urbani, in campagna è diverso…

  5. A me pare che queste foto, seppur bellissime, non ci possano portare a nessuna riflessione, a nessuna generalizzazione, a nessuna para-analisi sociologica da strapazzo.

    Fotografano (è proprio il caso di dirlo) solo un piccolissimo spicchio della realtà di ogni Paese. Uno spicchio, perdipiù, scelto senza alcun criterio particolare – mi pare.

    Perchè proprio la Sicilia dovrebbe rappresentare l’Italia?