di Prisca Sacchetti 3 Luglio 2012
Rene Redzepi, #mad2, madfood 2012, steve jobs

“Tutto si può mangiare, si tratta solo di sapere che ci sono delle conseguenze”. L’ironica e un filo inquietante massima che avete appena letto circola su Twitter (#Mad2) ed è stata partorita, a quanto pare, nel Food Lab di Madfood 2012. È il Simposio (c’è scritto così, giuro) che René Redzepi , chef del Noma, aka il ristorante migliore del mondo, ha organizzato per il secondo anno consecutivo a Copenhagen il 1-2 luglio.

Per fare che? Per lasciare un momentino da parte gusci edibili e ciuffi di licheni fritti e salire su un palco insieme a colleghi e gastropenne (gli ultimi forniti di guardaroba che mima con abilità la bizzarria delle dispense dei primi) e disquisire sopra la Conoscenza in cucina. E sopra l’Appetito – tema già di suo al confine fra cultura e panza.

Ne sono venute fuori cose come: “Non esiste un modo giusto per fare un uovo in camicia, ma ci sarà sempre qualcosa in più da sapere sulle uova in camicia” (Dufrense, chef e proprietario del ristorante wd~50 a New York). Oppure: “Senza conoscenza e ordine la cucina creativa non può sopravvivere” (Ferran Adrià). O ancora, più sibillino: “Sono finiti i fuochi d’artificio in cucina” (Massimo Bottura, chef de l’Osteria Francescana di Modena).

Sofismi, massime, orazion picciole degne di fini intellettuali, altro che gente con il callo dello spadellatore. I twittatori le ricinguettano divertiti, commossi, quasi in trance davanti alla sapienza di questi Chichibii dalla filosofia cotta e mangiata.

Se leggete la premessa di Redzepi sul sito dell’evento capirete come mai ciò sia stato possibile. Di un erudito quasi socratico, atto all’understatement eppure anche incline agli incisi da bravo ragazzo (“My father, a Muslim immigrant in Denmark, has had all the typical working-class jobs”), al buon René bastano poche righe per conquistarti con quel fascino radical zen da Steve Jobs in grembiule e galosce.

“Gli chef – scrive il padrino del Simposio – hanno una nuova opportunità (forse persino un dovere): informare il pubblico (e non “i clienti” – ndr) su cosa mangiare, e perché”.

Se eravate così ingenui da pensare che no, non avreste mai visto in un solo programma di un solo convegno le banane fritte (di Enrique Olvera, top chef messicano) e la coscienza culturale (lo speech del nostro Massimo Bottura), vi sbagliavate di grosso.

A Copenhagen si è parlato di umami, di Vichinghi, di cucina cinese e persino della psicologia di un pasto. Difficile dire, da una prima occhiata al menù della due giorni, cosa sia da mangiare e cosa da dissertare. E intanto si scherza twittando che “il NordicFoodLab, laboratorio culinario del Noma offre formiche vive. Sono nel menu di questo mese. Croccanti e acidule. Sanno di limone”.

Alla fine, siccome panta rei, il filo del discorso a Copenhagen lo ha ripreso colui dal quale Redzepi ha preso l’iniziale ispirazione per poi approdare al manifesto della New nordic Cuisine: Ferran Adrià, che chiudeva la due giorni con un discorso sulla creatività come primo degli Appetiti necessari. Ettepareva.

Non so che effetto vi facciano – e mi garberebbe scoprirlo – gli chef diventati filosofi, che parlano in un Simposio e poi di fatto ti mettono l’erba nel piatto, tanto per abbrutire giornalisticamente le emozioni dei teneroni di Twitter, sull’orlo della crisi mistica davanti alle prodezze aforistiche dei loro guru-chef.

Perché, quando l’eremitico chef del Noma compare in t-shirt minimalista e dice che “Abbiamo bisogno dell’appetito per osare il meglio, per pensare in grande”, l’immagine del fulgido guru di Mountain View Cupertino si fa proprio tangibile.

Ma una cosa è certa, a giudicare dalla febbre collettiva dei twittatori in estasi: il cibo è una delle poche cose che oggi come oggi emoziona la gente. Forse perché, felice intuizione del socratico raccoglitore d’erbe, la gente di oggi è fatta più di “pubblico” che di “clienti”?

[Crediti | Link: Twitter, Madfood, Dissapore, immagine Rene Redzepi: Fine dining Lovers]