di Prisca Sacchetti 11 Giugno 2014
Franco Pepe

Poi dice che uno si butta sui cupcake. Dove si è mai visto un americano che decide in libertà qual è la pizza migliore del mondo? Come minimo l’italiano medio reagisce. Figurati il dissaporiano medio, cresciuto a pizza e campionati.

Tuttavia, se l’americano è il primo critico gastronomico ad aver vinto il Premio Pulitzer, nonché uno dei più invidiati food writer statunitensi, e se il suo articolo per Food & Wine, la rivista a tema più venduta d’America, s’intitola “Questa POTREBBE essere la miglior pizza del mondo”, anche i lettori di Dissapore sono invitati a sospendere il giudizio e sentirsi incuriositi.

Jonathan Gold, il già Premio Pulitzer, è stato a Caiazzo da Pepe in Grani, dopo che Nancy Silverton della Pizzeria Mozza a Napoli, gli aveva descritto la pizza di Franco Pepe come, appunto, “la migliore del mondo”. Il suo viaggio inizia a Napoli, “patria spirituale della pizza”.

Fin qui niente da eccepire, giusto?

Pizza ripiena con la scarola di Franco PepeMargherita di Franco-Pepe

Il food writer americano si delizia con il cibo partenopeo, esaltando sfogliatelle, sardine fritte, e manco a dirlo le pizze. Sì, le pizze: quelle che si trovano a ogni angolo di strada, ognuna delle quali può essere “la migliore della vostra vita”. Due nomi su tutti: la montanara fritta di Starita e la margherita di Brandi.

Qualche commento da fare – tipo spiegare ai lettori che devono ancora andarci chi sono Starita e Brandi? Intanto proseguo.

Cosa manca a Napoli secondo Gold?

I prodotti.
Le materie prime.
Gli ingredienti.

Chiamateli come volete ma stiamo parlando di pomodori, mozzarella di bufala, olio d’oliva. Tutte cose di casa a Caiazzo.

Ripieno di Franco PepeCalzone con la scarola riccia di Franco Pepe

“Nella pizza di Pepe si trovano tutti i sapori della Campania”: questo è per Jonathan Gold, il punto fondamentale della questione. Il legame con il territorio, la lunga storia della famiglia Pepe (tre generazioni di pizzaioli) e le tradizioni mantenute.

Per dire: la pizza a libretto, le 70 pizze a libretto che Franco Pepe distribuisce a Pepe in Grani al costo di un euro e mezzo. E poi l’impasto a mano, il termometro da forno come unico strumento tecnologico, la passione che gli riempie gli occhi quando parla di lievitazione e farine. Tutte cose che voi sapete, e che so anche io. E che a mio – ma forse non a vostro parere – lo rendono davvero il miglior pizzaiolo italiano.

E ora il momento che tutti stavamo aspettando: il giudizio sulla pizza.

Pizza ceci lonza e scarola di Franco PepeMarinara di Franco Pepe

Gold puntualizza agli americani che “potrebbero scoprire di essere anti-napoletane in fatto di pizza”. Perché nella pizza napoletana il formaggio non straripa dal disco di pasta, il cornicione non ha croste ultra-croccanti, e la sua semplicità “potrebbe ricordare la prima volta che avete mangiato una zuppa cinese con dei ravioli o delle pappardelle” [sic].

Sì, ma il suo giudizio finale? Perfetto.

Franco Pepe

Un bell’articolo, magnificamente scritto. Una bella storia, quella di Franco Pepe. Una pizza meravigliosa.

Ma quel titolo voi l’avreste usato?

[Crediti | Link: Wikipedia, Food&Wine, immagini: Luciano Furia]