di Prisca Sacchetti 11 Marzo 2014
Razzismo e Pergole Torte

Martino Manetti è un produttore di vini toscano. Di quelli qualitativamente stordenti. Tra le etichette che produce nell’azienda di famiglia Montevertine c’è, per dire, il Pergole Torte, sangiovese in purezza pallino fisso di ogni wine-geek che si rispetti, uno dei vini più longevi ed esaltanti d’Italia.

Martino Manetti non è solo questo, purtroppo.

Nella vita privatamente pubblica (ovvero nelle sue esternazioni social) è una persona con becere opinioni razziste e fasciste, che negli ultimi tempi sono emerse all’attenzione del web. Non nuove, secondo chi conosce il personaggio da tempo, ma su cui troppi sono rimasti in silenzio.

Tra le altre cose Manetti ha scritto nel suo profilo Facebook:

“Tutta la mia solidarietà al ragazzo bresciano che ha ammazzato il ladro che gli è entrato in casa. Una medaglia al valore ci vorrebbe”.

“In una mia personale classifica della feccia umana che popola questo mondo, i telecronisti Rai occupano uno dei primi posti, diciamo tra i cinesi e gli zingari”.

“Fori da’ coglioni marocchina di merdaaa!!!” (riferendosi a Rachida, la concorrente marocchina di Masterchef 3).

“L’anno prossimo cambierò il nome al vino, si chiamerà Mein Kampf”.

La vicenda vi ricorda un po’ Fulvio Bressan? Il produttore di vini friulano che aveva scritto insulti al ministro Kyenge sulla sua bacheca e altre perle di grande cultura. E che per questo aveva ricevuto insulti e boicottaggi da tutto il mondo enogastronomico. Sulla vicenda anche Slow Food aveva preso una posizione ufficiale, cancellando l’azienda vinicola di Bressan dall’edizione 2014 della guida Slow Wine.

Scelta che ha fatto discutere non poco.

Della vicenda di Manetti ha scritto sulla sua bacheca Facebook Antonio Scuteri, firma di Repubblica e nostro lettore.

“Ora scopro che Martino Manetti, che invece produce alcuni dei miei vini preferiti, ha le stesse simpatiche opinioni, e non esita a esternarle urbi et orbi, con impressionante violenza verbale. Ma vedo che (quasi) nessuno ne parla. Forse perché prendere posizione in questo caso è più difficile?”

Il dibattito mediatico parte da lì. Su Facebook si sono susseguiti commenti, considerazioni e prese di posizione. Rispetto al caso Bressan, però, ci sono tre fondamentali differenze.

1) Manetti è più simpatico. Un personaggio meno spigoloso di Bressan, più cordiale, non “difficile” a tutti i costi. Uno per cui, a quanto pare, pensi ci sia sempre un’attitudine da “tifoso” ostentatamente iperbolica.

2) I vini di Manetti sono più apprezzati. Facile rinunciare ai vini del friulano di nicchia, meno facile rinunciare ai vini idolatrati del chiantigiano. Come dire, che sono tutti bravi a fare i paladini dell’etica quando il bersaglio fa meno rumore.

3) La bacheca Facebook di Manetti è privata. Se le esternazioni di Bressan erano visibili da tutti, le sue rimangono nella cerchia ristretta dei suoi amici, che possono scegliere o meno di criticarlo, togliergli l’amicizia, bere i suoi vini o non berli.

Ma nulla ormai è più totalmente privato, specie le opinioni di un produttore sulla razza. Ed è giusto interrogarsi sulla questione. Soprattutto rilanciare il più annoso dei quesiti: qual è il confine tra etica personale e scelta commerciale?

Quando le opinioni, manifestamente diverse dalle vostre (e magari anche dal convivere civile) giustificano il boicottaggio? Smettereste di comprare il vostro alimento preferito se fosse cucinato da un razzista?

[Crediti | Link: Dissapore, immagini: Fecebook/Antonio Scuteri]