di Ilaria Russo 16 Aprile 2014
uova cioccolato

Amiche, amici, domenica è Pasqua. Siete felici? Basta coi digiuni quaresimali, diamoci un taglio a fioretti e compagnia cantante. Già vi vedo confezionare torte pasqualine, pastiere e colombe. O invece v’impegnerete più nella fase degustativo-digestiva che in quella culinaria?

Quale che sia il vostro rito pasquale, sappiate che anche le immancabili uova (di cioccolato e non solo) custodiscono qualche sorpresina linguistica, oltre a quelle cellofanate [avrei scritto incellophanate prima di consultare Treccani] dentro le due metà: da femmina, da maschio, unisex… la sorpresa grammaticale dipende da quante ve ne mangerete (di uova, intendo, non di sorprese). L’uovo, infatti, nella forma singolare è maschile, ma al plurale cambia genere: se le uova son due o più, ebbene, diventano femminili.

Se però saremo parchi, preferendo all’uovo un piccolo ovetto, nessun salto di sponda: maschile se uno, maschili se due.

Attenzione ad altri diminutivi, o supposti tali: alla richiesta di un ovino non otterrete un piccolo ovo ma un quadrupede appartenente alla famiglia delle pecore o, al massimo, delle capre* (dal latino ovis, pecora).

Il latino c’entra anche per comprendere il plurale femminile di cui sopra: uovo infatti deriva dal neutro ovum il cui plurale era ova. E così corno (il corno, le corna), lenzuolo (il lenzuolo, le lenzuola), muro… Sì, lo so, sto divagando: le lenzuola non si mangiano (al massimo ci si mangia sopra, e non solo nel caso in cui ci si ammali), le corna son buone per la testa – non certo nello stomaco – e le mura van bene se son quattro – per mangiar tra quattro mura.

Tornando a bomba (che non è il plurale di bombo), ovvero a Pasqua, chiudiamo con un quesito ortografico: la celebre pasqualina, voi, la scrivete maiuscola o minuscola?

Io non ho dubbi: minuscolo, come l’aggettivo pasquale da cui deriva: questa torta ripiena d’ogni bendidìo, come sicuramente già saprete, è infatti ricetta ligure di Pasqua, con verdure di stagione e sììììììì, uova, lasciate intere a diventar sode col calore del forno. Se preferite invece scrivere Pasqualina, sappiate che la state promuovendo a nome proprio: ma che impressione, addentare un soggetto nominato…

Dopodiché, che le portate dei nostri Menu siano spesso Maiuscole è un altro discorso: ogni scarrafone è bello a mamma soja [o soia?! Pronomi, leguminose, trascrizioni da suoni dialettali: ne parleremo], nel senso che ogni Riduzione, ogni Composta, Quenelle o Marinata è ‘nu piezz ‘e core, una creatura dello chef dedicata ai nostri palati. Il Maiuscolo, quindi, è licenza poetica [e gastronomica] più che regola strettamente grammaticale.

Bene, ciò detto, auguro una buona Pasqua a tutti, che siate maiuscoli o minuscoli, plurali o singolari. E pure neutri, per carità.

_____

* Ché, in periodo pasquale, sono di certo pertinenti, ma magari a fine pasto potrebbero risultare un po’ fuori tema.