di Luca Iaccarino 21 Giugno 2018

Nelle ultime settimane ho studiato parecchio i cosiddetti “caffè slow”, quelli cioè che vengono estratti in tempi superiori ai 27 secondi di percolazione dell’espresso e soprattutto bevuti con calma, seduti a un tavolino, facendo chiacchiere, studiando, lavorando.

Elenco gli esperimenti cui mi sono sottoposto:

– Moka
– Caffè napoletano
– Caffè ibrik
– Caffè plunger
– Caffè aeropress
– Caffè filtro V60
– Caffè syphon
– Caffè filtro cold brew
– Caffè filtro
– Caffè chemex

Ho bevuto tutti questi.

[Bar, caffetterie, torrefazioni: il meglio dello specialty coffee in Italia nel 2018]

Ho visto filtrare, percolare, scaldare, raffreddare, agitare, girare.

Ho parlato con tanti che ne seguono e determinano le sorti: con Carolina Vergnano dell’omonima torrefazione, con Marcello Arcangeli della Lavazza, con Giulio Panciatici di Costadoro (i lettori di Dissapore lo conoscono bene: era l’uomo dell’amatissimo Orso Laboratorio Caffè).

[Torino: né bar né bistrot, è Orso Laboratorio Caffè]

Poi con il barista campione d’Italia, Davide Cavaglieri. Ho visitato i negozi “flagship” di Lavazza e Costadoro, sono persino andato a sentirmi cosa dice Howard Shultz di Starbucks, che aprirà presto a Milano.

Ciononostante, dopo tre settimane di lavaggio del cervello ancora entro in un bar, bevo un espresso in un minuto e corro via. Le abitudini sono difficili da cambiare.

Ce la farò a far entrare nei miei riti quotidiani il sedermi a un tavolino, aspettare i minuti che ci vogliono per un filtro e dedicarne dieci per bere e conversare?

Francamente? Non lo so. Giuro che ce la metterò tutta.

Quel che è certo è che invidio molto chi trova il tempo da dedicare al caffè e, soprattutto, a se stesso.