di Valentina Dirindin 25 Maggio 2020
talea milano

Mentre la Movida diventa il nuovo capro espiatorio della pandemia, ristoratori ed esercenti, con il peso responsabilità degli assembramenti, rischiano di chiudere i propri locali. E’ il caso di Filippo Sisti, noto imprenditore e proprietario di cocktail bar a Milano, che chiude il suo Talea, senza vedere le condizioni per una riapertura.

Il suo progetto era destinato a spaccare. Lui, ex bartender di Carlo Cracco da Carlo e Camilla in Segheria, aveva aperto nel 2018 questo piccolo locale dal concept originale.

Una drink list ridotta all’osso che puntava all’assoluta qualità e alla preparazione di chi sta dietro il bancone e un’idea di “cucina liquida”, in cui i cocktail si facevano cibo e viceversa, in un’esperienza di degustazione per poche persone. “Lavoravamo con un massimo di sei persone per volta, su tre turni: diciotto persone a sera, con prenotazioni piene per mesi e gente che arrivava apposta da tutta la città e dall’estero”.

Ora quel progetto è andato in fumo. Il Talea, molto probabilmente, non riaprirà più, perché alle condizioni attuali è impossibile riuscire a farlo andare a regime. “Dovremmo ridurre a quattro i coperti, e non è sostenibile economicamente”, spiega Filippo. “Per non parlare della parte cocktail bar, il Vivarium, dove facevamo musica jazz dal vivo e servivamo centinaia di persone ogni sera: impossibile pensare di tenere in piedi quel format”.

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In tutto Filippo Sisti è coinvolto, a vario titolo, in diversi locali, tra cui anche uno sui Navigli.  Ci prova, ad andare avanti, ma è demoralizzato, soprattutto per quella che era la sua punta di diamante:

“Vedere chiuso un locale che mi è costato più di 400mila euro dopo soli due anni mi manda in bestia. E non lo chiudiamo perché non funzionasse, ma perché non ci sono le condizioni per tenerlo aperto”. “Che poi la verità è che ormai l’arrabbiatura è anche passata, non posso mica arrabbiarmi con gli stupidi”, dice. “Mi hanno fatto anche passare la voglia. Basta”.

– Ci avete provato, a riaprire?

“Sì, abbiamo riaperto il 18, ma ci siamo resi conto quasi subito che non si poteva fare”.

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-Ma neanche sfruttando lo spazio all’aperto con il cocktail bar?

“Lasciamo perdere. Finché siamo responsabili noi di quello che succede fuori, come faccio a riaprire? Non possiamo mica avere centomila occhi. Già abbiamo dimezzato i dipendenti, quelli che ci sono devono lavorare il doppio, non posso certo assumere una persona per controllare il rispetto delle regole. E una multa per assembramento certo non a voglio rischiare”.

– Sentite che la responsabilità ricada su di voi?

“Totalmente. Sembra di vivere in un film di fantascienza. È impensabile che noi gestori di locali controlliamo la situazione: mica posso andare fuori a fare lo sceriffo, altrimenti è giustizia privata. Se questa cosa non la fa la polizia significa che non esiste uno Stato, è l’anarchia”.

 

– Come valuti la situazione assembramenti?

“In alcuni casi devo ammettere che in effetti gli assembramenti ci sono stati, la gente è spesso stata poco responsabile. Ma è normale che dopo tre mesi di chiusura in casa non tutti ragionino con calma. Io però io non ho visto tutto questo gran casino che si legge sui giornali: ora la colpa è tutta della movida, dei bar e dei ristoranti. E va a finire che la gente ha paura di venire a bere una cosa, e si perde anche quel minimo di mercato che c’era”.

– Quindi le prospettive di lavoro non sarebbero state buone?

“Guarda, si sarebbe tirato avanti. Non può andare bene, bene era come andava prima”.

– Cosa proponi per migliorare la situazione?

“Innanzitutto che non ci venga data la responsabilità per quello che fanno i clienti: se loro si siedono fuori dal mio locale e fanno assembramenti, le multe devono darle a loro, non a me. Io posso essere responsabile solo del suolo pubblico che occupo. Altrimenti, se le condizioni sono queste non fateci proprio aprire, perché così ci ammazzate. Sai come finirà?”.

– Come?

“Non parlo per me, parlo in generale. Ma succederà che non ci saranno mica fallimenti, i locali continueranno a esistere. Solo che arriveranno grandi imprenditori che offriranno due lire per comprarli, e allo stato attuale saranno tutti costretti a vendere per contenere le perdite.”