Una cosa che sicuramente non mi sarei aspettato dal 2026 gastronomico era di discutere dell’influenza ed eredità del famigerato gusto puffo nella gelateria. Sì, proprio quello: il gusto dall’inquietante color azzurrino che gli dava un aspetto artificiale anche per la cangiante estetica dei banconi negli anni ‘80 e ‘90, e che ogni quattro anni si prestava patriotticamente a un cambio di nome in “forza azzurri”, seguendo le alterne vicende della nostra nazionale ai mondiali, quando ancora era scontato che partecipasse.
Sono passati 40 e passa anni e, nonostante una rivoluzione artigianale del gelato ancora in corso -e con nessun governo che ancora si sia deciso a regolamentarla– questo “colore proibito” del mondo del cibo, un’anomalia alimentare che dovrebbe suscitare più repulsione che appetito, ancora fa capolino tra le vaschette e le carapine delle gelaterie italiane, e trovare una ragione ci è tuttora impossibile.
Il colore più raro
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Il blu e le sue sfumature, inclusa quella azzurro puffo, è uno dei colori più rari nella tavolozza naturale del cibo: colori come il rosso o il verde sono comunemente associati a prodotti freschi e appetitosi, ma ci sono ragioni genetiche ed evolutive che spiegano questa scarsità e questa teorica avversione. Da un punto di vista biologico, il colore blu è stato spesso associato a sostanze tossiche, deterioramento o muffe, portando gli esseri umani a sviluppare un’istintiva diffidenza verso questa tinta nel piatto. Di conseguenza, le piante non hanno tratto vantaggi evolutivi nel produrre frutti blu, poiché venivano evitati dagli animali incaricati di disperderne i semi.
Dal punto di vista chimico-fisico invece, la difficoltà risiede nella stabilità dei pigmenti. Le antocianine, i principali responsabili delle tonalità rosse, viola e blu, sono estremamente sensibili al pH e raramente si stabilizzano in una forma puramente blu nei tessuti vegetali commestibili. Per questo, pur essendo presente in natura, tipicamente in frutti e bacche mirtilli e ribes, ma anche in ortaggi come cavolo e alcune varietà di patate e asparagi, il blu e l’azzurro alimentare si ottengono nella stragrande maggioranza con prodotti di sintesi. Nel caso del gelato puffo, soprattutto con l’E131 detto anche Blu Patentato V, o l’E133 blu brillante FCF, il primo utilizzabile entro una dose ammissibile definita dall’EFSA, e il secondo ritenuto non pericoloso ma da usare con moderazione.
Ma cosa c’era nel gusto puffo?
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Il gelato al puffo ha fatto il suo esordio tra le italiche coppette nel 1981, proprio cavalcando il successo dei cartoni animati su quegli strani ometti blu, ma non è un’invenzione dei nostri artigiani: il suo antenato è il Blue Moon, il cui marchio è stato registrato negli anni 70 ma la cui esistenza sembra risalire fino al 1939, ed esattamente come il puffo e il forza azzurri, nessuno ha la minima idea di cosa contenesse o di cosa dovesse sapere. Per alcuni sa marshmallow, qualcuno percepiva mandorla, anice o liquirizia, altri un misto di aromi tipici di varie caramelle o gomme da masticare, su una base di fiordilatte: quest’ultima è probabilmente la versione più realistica, tanto il punto era il colore che doveva attirare i bambini, e qualsiasi dolcezza indefinita sarebbe andata bene.
Perché il senso dell’operazione, alla fine era quello: creare ciò che nel marketing si chiama effetto traino, in questo caso letterale, coi marmocchi attirati dai colori sgargianti che trascinano i genitori in gelateria, rendendoli vittime di un inesorabile cross-selling. Perché una volta che hai preso il puffo al bimbo, già che ci sei una coppetta te la prendi pure tu.
Gelati azzurri oggi
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Ricapitoliamo: l’uomo dovrebbe essere biologicamente programmato per schifare il cibo azzurro, il gelato puffo è una bieca operazione di marketing e in più non sapeva di nulla: ve lo avevamo detto che spiegare le ragioni della resistenza dell’azzurro in gelateria andava oltre la nostra comprensione, eppure è ancora qui. Cambiano i tempi, le tendenze evolvono, ma le vaschette cerulee continuano a fare capolino, e in tempi più attenti alla salute vengono banditi i coloranti artificiali: così magari tocca alla spirulina, o meglio, della ficocianina (o spirulina blu), un concentrato del pigmento naturalmente presente nell’alga.
Anche qui, con tutta la storia di questo alimento, che dal consumo da parte degli aztechi è arrivato fino alle missioni spaziali, e tutte le sue proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, le attenzioni del mercato si sono concentrate sul colore e, ironia della sorte, la spirulina sa proprio di poco, per cui si ripresenta di nuovo la questione: di cosa dovrebbe sapere un gelato blu?
Dobbiamo prendere atto che nel girare le migliori gelaterie di tutta Italia per stilare la nostra annuale classifica, nemmeno i più grandi artigiani sono riusciti a dare una risposta sensata a questa domanda, e anche nomi altisonanti e altissime posizioni della classifica hanno fatto passi falsi quando si è trattato di gelati con l’alga colorata d’azzurro. Vista il delicatissimo momento in cui stiamo redigendo la nostra top 100 non avrete spoiler, ma il concetto l’avete afferrato: non è ora di abbandonare il puffo all’oblio?
