Yugo a Roma: cos’è un fusion bar e perché andarci

Inaugurato l’altra sera a Roma, Yugo è il primo (vero?) fusion bar della Capitale. Quello che secondo copione dovete vedere/provare/assaggiare prima che lo facciano i vostri amici.

Non sta al Pigneto, né ai Parioli o sulla gettonatissima Ostiense, ma in pieno centro, incastrato tra Monti e via Nazionale, a due passi dal Quirinale.

Fusion bar è un concetto semplice a sentire i proprietari, ma scommetto che voi lo troverete un po’ fumoso: “il tramite che unisce intenti, passioni e identità complementari“.

Comunque, anche chi entra con atteggiamento diffidente non può fare a meno di notare che il locale, progettato dall’architetto Danilo Maglio, è di quelli dove fai fatica a trovare l’errore, curato ed elegante come se ne vedono pochi a Roma, nei toni scuri che richiamano l’Oriente, ambientato all’interno del Roman Luxus Hotel, hotel cinque stelle in Largo Angelicum.

Seconda scommessa di oggi: in pochi mesi i romani del centro storico alla ricerca di un locale li posizioni culturalmente, oltre a sfamarli come si deve, eleggeranno Yugo a loro residenza prediletta.

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Approfittando della precedente spiegazione di fusion bar, che forse non vi ha entusiasmato, mi permetterei di suggerirne una spendibile all’ufficio stampa.

Fusion, non solo per la mescolanza di prodotti, ma come fusione delle personalità che Yugo lo hanno fatto nascere e crescere, provenienti da settori diversi eppure accomunati dallo stesso approccio:

— lo chef, Anthony Genovese, due stelle Michelin per il ristorante romano Il Pagliaccio

— gli imprenditori della ristorazione Maddalena Salerno e Marco Del Vescovo (Mézzi e Colbert Villa Medici), insieme a Riccardo Sargeni e Gianluca Sette (CoHouse Pigneto e Terrazza San Pancrazio),

— il barman Patrizio Boschetto che propone bollicine, cocktail, sake e tè robois.

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Il menu di Yugo è diviso in tre categorie a seconda di come viene trasformata la materia prima:

FRESCO” (essenzialmente il crudo ma non per forza, diciamo che la leggerezza è l’ispirazione comune).

VAPORE” (cioè dim-sum, piccoli bocconi tipici della cucina giapponese , in qualche modo paragonabili alle tapas spagnole). 

FUOCO” (preparazioni con cottura espressa).

I prezzi sono accessibili di loro, una bella occasione per chi non ha mai provato la cucina stellata di Anthony Genovese, aiuta ulteriormente la possibilità di chiedere la mezza porzione di tutti i piatti presenti nel menu.

Ma si può semplicemente sorbire un cocktail, magari abbinato alle preparazioni dello chef, una tazza di ottimo tè robois, dedicarsi al sushi, ai dim sun o ai crudi d’autore bagnati con un buon vino della carta. Infine partecipare a una serata animata dal DJ set.

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Quindi ricapitolando. Yugo è una versione più spendibile (più spendibile a Roma) dei locali fusion che spuntavano come funghi all’alba del nuovo millennio, ci trovate cultura culinaria, beverage d’autore, poliedricità, prezzi possibili.

(Consigliata la visita agli splendidi giardini della confinante Villa Aldobrandini restaurati di recente e riaperti al pubblico).

Paolo Campana

7 luglio 2016

commenti (7)

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    1. pbs ha detto:

      Ahahahah, basta questo per non andarci.

    2. Akainatsuki ha detto:

      Appunto… il dim-sum è cinese, non giapponese.
      Please.

  1. luca63 ha detto:

    Non e’ che noi troviamo il concetto fumoso,e’ una supercazzola clamorosa.

  2. pbs ha detto:

    Nella mia esperienza, quando nel nome c’è la parola “fusion” il locale è una sòla pazzesca, una trappola per modaioli insulsi che mangerebbero pure copertoni fritti, basta che ci sia il DJ set. Mi sbaglierò…

  3. mr ha detto:

    Ogni volta che vedo un pezzo su uno di questi posti, mi prende una voglia irrefrenabile di pizza bianca con la mortadella e Peroni da 66…

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