La pinsa romana è da prendere con le pinse

Ho accettato un invito “in pinseria” sorvolando su una parola curiosamente entrata nel linguaggio in comune. Come se fosse “pizzeria”, “osteria”, ma anche “antani”.

Poi mi sono fatta un giro sul web, verificando, oltre a ciò che già sapevo, che tutti i “mastri pinsaioli” presentano la Pinsa alla stessa maniera, con lo stesso storytelling, le stesse parole, talvolta copia-incollate. Il mantra è quello dell’alternativa alla pizza napoletana, una focaccia gourmettizzata, leggera, almeno quanto le fonti che riguardano la sua genesi.

[Cosa pensate di comprare quando comprate il Kamut?]

Dicono i pinsaioli, i colleghi delle riviste gastronomiche, insomma tutti quelli che hanno una ragione per esprimersi in merito, che la Pinsa è una ricetta romana, dove per Roma si intende quella antica, addirittura. Dicono che l’attuale Pinsa, che scriviamo maiuscola perché è un marchio registrato, ottenuta da un mix di farine di grano tenero, soia e riso, provenga dall’antica tradizione delle “popolazioni contadine fuori le mura” di macinare miglio, orzo, farro e farci una schiacciatina.

D’altra parte Pinsa si ispira al latino “pinsere”, ovvero “schiacciare”, e Virgilio nell’Eneide parlava di una simil-focaccia. Tutto torna: la Pinsa è una tradizione, una pizza ante-litteram, che giustifica con la sua stessa origine la nascita improvvisa e l’espansione a macchia d’olio di una vera e propria categoria di locali costruiti con lo stampino. Le pinserie, per l’appunto.

Prodotto saggiamente elucubrato nel 2001 da Corrado Di Marco, “tecnico pizzaiolo”, conta più di 5.000 adepti in tutto il mondo (stando ai numeri del sito aziendale pinsaromana.info) che acquistano il mix di farine di Di Marco stesso medesimo, o le sue basi pronte, opportunamente abbattute e trasportate nel mondo, per garantirsi l’ufficialità del marchio Pinsa e il sereno utilizzo del termine “pinseria” sull’insegna del locale.

Che voi ci crediate o no, esiste un Albo dei pinsaioli e un’Associazione Originale Pinsa Romana, con tanto di statuto e regolamento . Vi risparmiamo la lettura di entrambi: dice lo statuto che l’associazione, volta a difendere “l’originalità del marchio sociale”, non ha fini di lucro. Dice il regolamento, al punto 2.2.1, che il protocollo dell’associazione prevede l’utilizzo della “Farina Pinsa Romana expert”.

Insomma, l’acquisto della farina a marchio è una condicio sine qua non per fare la vera Pinsa. E’ facile supporre che, da quando il signor Di Marco ha registrato il marchio Pinsa, centinaia e centinaia di pizzaioli abbiano tentato di utilizzarlo in maniera indebita, notandone il successo. Quindi è comprensibile, nell’ottica del buon economista, cotanto affanno per mettere i puntini sulle i.

Però sappiatelo, cari lettori, che di pinse ce ne sono due: quelle con la P maiuscola, che rispondono a un fornitore unico, e quelle che la imitano. Chissà cosa direbbe Virgilio.

[Immagine di copertina: Leonardo Caporale]

Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris

8 novembre 2018

commenti (11)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. Orval87 ha detto:

    Chiaramente la storia dell’antica Roma è una buffonata inventata. Chi crede che 2000 anni fa mangiassero identico? E sicuramente non usavano farina di soia…Poi il fatto che sia un marchio registrato è ridicolo, e allo stesso tempo indica quanto sia assurda la storia inventata che c’è dietro….come si potrebbe registrare un prodotto (presumibilmente)inventato 2000 anni fa?!

  2. giorgio ha detto:

    La soia non è un prodotto agricolo autoctono europeo, ma è stato introdotto nel nostro Continente nel 1700 ( sic )
    analogamente il riso, utilizzato a fini alimentari nel medioevo.

    bella invenzione di marketing per accalappiare gonzi ….

  3. Paolo ha detto:

    “Denominazione d’origine inventata”. Grande titolo, grande ed esilarante libro. Se ne uscirà una seconda edizione, la pinsa deve assolutamente entrarci, avere il suo capitolo accanto alle altre tradizioni inventate.

  4. Andrea ha detto:

    Tanto pressapochismo tutto insieme ci toglie la curiosità di sapere se la pinsa sia piaciuta o meno alla giornalista.
    Prendetevi la briga di perdere altri due minuti leggendo http://www.pinsaromana.info/ per scoprire che la ricetta “Ha origini provenienti da un’antica ricetta romana”. Fine. Quello che ci mettono dentro oggi nella loro “farina” da vendere ai loro associati NON lo sappiamo ma nemmeno si vantano di farlo risalire a chissà quale periodo storico.
    Per il resto, è marketing.

    1. Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris ha detto:

      Bonci non c’entra, questo è certo. Quella poi è pizza in teglia, sacrosanta pizza in teglia.

  5. Giorgio ha detto:

    per Orval e Paolo: Parole sante!
    Si sono inventati ‘sta sola della antica ricetta romana, e tutti ci siamo cascati come citrulli. Buona è buona. Ma 9 euri una pinsa pomodoro e mozzarella, resta una “sola”. Dovrebbe costare la metà di una pizza, non il doppio. La soia la danno ai maiali da allevamento.

  6. Giorgio ha detto:

    mi scuso per il sarcasmo; mi è scappato.
    la frase ” per i maiali di allevamento ” è troppo forte. chiedo scusa se ho offeso qualcuno.
    intendevo dire che la soia è certamente meno nobile di un grano antico e quindi dovrebbe costare meno.
    rientro nei ranghi e torno ad un linguaggio meno scurrile.
    scusate ancora.

  7. elderwirp ha detto:

    No, la parola Pinsa non è un marchio registrato, mentre lo è il logo Originale Pinsa Romana. I marchi registrati europei sono facilmente verificabili online.

  8. Francesco ha detto:

    A me la Pinsa non piace, non la digerisco, e non viene segnalata adeguatamente la presenza di soia, noto allergene che infatti trovate in maiuscolo sulle tabelle ingredienti di quasi tutto.

«