di Caterina Vianello 7 Novembre 2017
Copertina

Una chiesa costeggiata da un canale silenzioso.

Davanti a me una piccola porta, suono il campanello. Ho ricevuto la parola d’ordine con un’e-mail dopo aver preso appuntamento.

Mi trovo nel poco mondano Campo dell’Abbazia, a Venezia. Potrei amabilmente intrattenervi con la descrizione delle bellezze architettoniche se fosse giorno: il pavimento in cotto originale, i bassorilievi nella facciata dell’Abbazia della Misericordia, scolpiti nel X secolo.

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Ma sono le 22, e con alcuni amici sto per entrare in un cocktail club privato.

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Campanello, dicevamo. Parola d’ordine. Ingresso.

Dietro la tenda di velluto rosso si apre uno spettacolo mozzafiato: il primo speakeasy di Venezia, ispirato ai locali nati negli Stati Uniti durante il proibizionismo, il periodo fra il 1919 e il 1933 in cui era vietato vendere bevande alcoliche.

Si chiama Chapel Club –non potrebbe essere altrimenti– mistura raffinata tra club privato e lounge artistica. Attiguo alla chiesa chiusa al culto, è gestito da Valorizzazioni Culturali / Art Events, che recupera edifici storici, promuove eventi e organizza mostre d’arte, performance e concerti.

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Se la storia degli speakeasy si è consumata nei retrobottega delle drogherie e nei passaggi segreti delle barbierie, tra personaggi di dubbia moralità in maniche di camicia e gilet, lo Chapel Club punta forte sulla raffinatezza dei drink, che ai tempi del proibizionismo, pare, lasciavano parecchio a desiderare.

Certo, rimangono esclusività e segretezza, poltrone e sgabelli di pelle (e di recupero), tavolini bassi, grammofono d’antan, jazz in sottofondo, candele e luci soffuse, ma la vera attrazione della festa è la carta dei cocktail.

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Quando compare le chiacchiere rallentano, il brusio si abbassa, ma oltre ai cocktail c’è il regolamento del locale da rispettare.

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— Niente cellulari, politica, religione, calcio? Figurarsi;
— si fuma fuori;
— vietati lo Spritz (che a Venezia è un sacrilegio, un plauso ai gestori dello speakeasy, invece) e la vodka, visto che negli anni del proibizionismo non esisteva;
— il bartender ha sempre ragione e per gentilezza, voce bassa.

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Accumunate da caratteri anni ’20, ci sono due liste da cui scegliere: una per i classici e l’altra per le creazioni originali, in entrambi i casi con un ricambio continuo. Qualche esempio?

— Bitter Valentine (Rye Whiskey, brown sugar, angostura, cherry liqueur, fernet);
— Funky Sour (Jamaican rum, amaretto, lemon juice, brown sugar, Peychaud, egg white);
— Moscow Molentis (gin, white myrtle liqueur, lime juice, rosemary).

Il prezzo è fisso: 10 euro.

È probabile che i veneziani amanti del bere miscelato notino qualcosa di familiare nelle liste, i gestori dello Chapel sono gli stessi de Il Mercante, cocktail bar dov’è un piacere sostare per qualche drink di fronte alla Chiesa dei Frari, secondo il Gambero Rosso e la guida dei Bar uno tra i migliori cocktail bar italiani.

Come conferma anche qui allo Chapel Club la tendenza a farsi in casa gli ingredienti delle bevande, sciroppi e sode, in particolare.

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Se bancone di legno, pelle morbida dei divani e qualche serata ad alta gradazione in una chiesa sconsacrata vi attirano, o se volete bere raffinato andando oltre il solito Spritz, chiamate il numero inglese + 44 7448649927.

Chapel Club è aperto su appuntamento dal giovedì al sabato dalle 22 alle 3 del mattino. I posti disponibili sono 25.

Imparate bene la parola d’ordine, non fate troppe domande, soffermatevi un momento sul cocktail da scegliere poi niente tentennamenti: il bartender ha sempre ragione.

[Crediti | Immagini: Caterina Vianello]