di Stefano Caffarri 14 Luglio 2009

Che musica al ristorante?Seduto in un posto discretamente romantico, stavo assaporando una cucina robusta ma piena di sfumature. Al tavolo solitario, lo sappiamo, si osservano più attentamente l’ambiente, le persone, i dettagli. Se poi la sala è semi vuota convivere con la musica di sottofondo diventa decisivo. Ricordo lo sgomento quando partì per la terza volta una versione bolsa de La gatta, con Gino Paoli che abusava di sincopi sulle accentature e la voce di Ornella Vanoni particolarmente diafana. Mi cadde quasi la penna di mano. Tanto ché, aprendo la moleskine su quella zuppa di cicerchie, le note risultano ancora oggi illeggibili. C’è voluto un discreto sforzo di volontà per non trasferire l’irritazione nell’inchiostro.

Pensate la gioia di avere sempre il pezzo giusto per ogni piatto. La Carta dei sottofondi: non so, Forbidden Colours cantata da David Sylvian sulla “Milanese di Pesce” di Massimo Bottura, Nothingness Nothing man dei Pearl Jam sul “Calamaretto Rimini Fest” di Mauro Uliassi, o Tangerine degli Zeppelin sulla “Croccante Espressione di Lingua” di Niko Romito. O ancora Mellon Collie and The Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins su “Uovo, patate e Speck” di Armin Maihofer, o per finire, i fusilli di Gennaro Esposito con Radar di Chris Whitley.
E di certo, piuttosto che le sciape selezioni di musica classica trovate in omaggio con i quotidiani, o le polverose esecuzioni be bop di artisti afroamericani dimenticati, preferirei un austero ma dignitoso silenzio.

E con la pizza? per favore, tutto tranne funiculì funiculà…