di Cristina Scateni 24 Ottobre 2012
Bistrot Aromando, milano

Dopo anni in cui sperimentazione e novità sono stati i miei fari nella notte, gli indicatori principali nella scelta dei posti dove andare a mangiare, mi trovo da qualche mese nostalgica a rimuginare sul pranzo della domenica. Mi attanagliano i ricordi mentre cerco senza successo di produrmi in uno slalom gigante attraverso bruch americani, svedesi, francesi, brunch che sembrano pranzi, brunch che si chiamano così solo per attirare la moltitudine (che poi ti siedi e nel menù trovi insalatone e piadine).

Inutile descrivere le lacrime agli occhi quando ho riconosciuto sotto forma di scritte in gessetto su una lavagna, le mie stesse perplessità. Il bistrot Aromando, aperto da circa un mese in via Moscati 13 (angolo con via Canonica) a Milano, propone la domenica per pranzo antipasto di salumi e giardiniera, cappelletti in brodo, ma anche solo brodo in tazza per chi disdegna il cappelletto (ma poi chi lo disdegna?), gallina bollita e mostarda, torta di mele o torta sbrisolona con zabaione o comunque qualsiasi altra torta che ricordi palesemente vostra nonna. Ecco l’antidoto al brunch.

Immaginando di dirlo a mia nonna, mi sento stupida. Mi risponderebbe “sai che novità?”, ma chi abita a Milano lo capisce che la gallina è una provocazione, un atto di coraggio che sfida con occhi feroci il bacon e le uova strapazzate. Vero, ristoranti o bistrot come Aromando non sono una novità. Il novello bistrot che ha rimpiazzato i locali della storica pasticceria Molina, nasce sulla scia di altri che con più o meno fantasia, più o meno tradizione, più o meno bio o Km 0 ci hanno provato e ci stanno provando.

Aromando, Milano, esterno, interno

Quando entro in uno di questi posti cerco subito di distinguere il vero dal farlocco. Farlocco è chi diventa tradizionalista o vintage o finto povero solo nell’arredamento, farlocco è chi innova il menù senza conoscere quello tradizionale e finisce inequivocabilmente da un’altra parte.

Il bistrot Aromando mi pare avere tutte le carte in regola per essere uno di quei posti dove la tradizione viene messa a tavola per bene, il percorso e la volontà sono chiari e la giardiniera così ben fatta ne è la dimostrazione. Scelta accuratissima dei produttori e degli ingredienti (quasi sempre bio) e preparazioni semplici e veloci.

In cucina la proprietaria Cristina Aramondo propone un bel menù tra cui: dadolata di carne cruda, pinzimonio e hummus, sformato di fegatini di pollo con pane abbrustolito, testaroli ai funghi, spaghetti con saraghina e mollica di pane, le pappardelle al ragout, il coniglio alla ligure, l’anatra arrosto con finferli, pollo e porcini, ma anche buon pesce come il baccalà cotto a bassa temperatura con dadolata di melanzane. Il pane, da farine biologiche, a lievitazione naturale cotto a legna, carne biologica da allevamenti allo stato brado, formaggi a latte crudo.

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In sala Savio Bina, il bravo sommelier marito di Cristina, accoglie i clienti e consiglia ottimi vini. L’arredamento è quello della nonna davvero, vecchie cucine in formica anni ‘50/60 fanno da separatori dei diversi ambienti, posate dei nonni, bicchieri Baccarat in vetrina da usare solo nelle grandi occasioni, bouquet di aromi come centrotavola. Prezzi dai 35 ai 50 per tre portate, vini esclusi.
Un posto quindi dove poter tornare tutti i giorni, dove stanco a fine serata se non ci pensi potresti anche toglierti le scarpe e chiacchierando, tirar tardi e addormentarti con la testa poggiata sul tavolo.

Chi la domenica porta in tavola a Milano il brodo bollente e grasso della gallina ha tutta la mia stima. Se la gallina è anche molto buona, ha anche la mia presenza.

[Crediti | Immagini: Cristina Scateni, Thechicfish.com]