di Sara Porro 15 Gennaio 2014
CHEF GRANT ACHATZ

Ci risiamo. Poi non dite che è Dissapore a occuparsi sempre delle stesse cose: è il mondo là fuori, a essere ripetitivo.

Gli eventi: l’altra sera da Alinea, ristorante di Chicago saldamente considerato tra i migliori al mondo, dove una cena costa intorno ai 300$ a persona, una coppia ha portato un bambino di 8 mesi. Il bambino ha pianto.

Grant Achatz, lo chef, ha trovato un momento libero dall’attività di sospendere il cibo sopra i piatti con dei fili per commentare su Twitter:

ovvero, «Un tavolo porta un bambino di 8 mesi. Esso piange. Gli altri ospiti erano furibondi. Dire alla gente “niente bambini”? Sottoporre gli ospiti al pianto? Ma la gente porterebbe un neonato a teatro? A un concerto? Odio dire di no, però…» Il web è esploso di commenti e risposte al tweet di Achatz. Qualcuno con troppo tempo a disposizione (grazie di esistere, Internet) ha persino creato anche il meraviglioso account @AlineaBaby in cui il piccolo racconta “la sua versione della storia”, con tweet come:

 

«Il servizio sulle prime è stato eccellente. Mr. Sindelar mi ha offerto tre tipi di latte materno non pastorizzato. Sublime»

In un crescendo di attenzione, ieri Grant Achatz è stato intervistato nel corso del celebre programma del mattino Good Morning America: anche se il giornalista lo chiama “Greg” e pronuncia il nome del locale “Eilinéa”, (macchiandosi così di lesa maestà), è solidale con la sua causa, arrivando a specificare che il ristorante è “noto per il pacifico silenzio che regna nella cucina” (sotto scorrono immagini di Achatz che flamba elaborate architetture di cibo, mentre dice “lo sentivo piangere da qui”).

Fin qui i fatti. Seguono le mie perplessità sugli argomenti di Achatz, e di quelli che  concordano con lui.

Punto primo: il bambino è  una persona. Sembrerà ovvio, ma non pare leggendo il tweet dello chef, che dice “it” – esso, un pronome che indica un oggetto, mentre avrebbe dovuto dire “s/he” se non ne conosceva il genere. Certo, un lapsus: ma di quelli indicativi. E bandire le persone dai ristoranti è un provvedimento barbaro.

Più nel merito, e senza cavillare sui termini: la gente porterebbe un neonato a teatro o a un concerto, chiede Achatz? Questo è paragone ripetuto ogni volta che si discute di bambini al ristorante. Anche rispetto a questo ho un’obiezione, piuttosto ovvia (oggi argomento solo con nozioni di anatomia base): il concerto si ascolta con le orecchie. Anche il bambino che piange si sente con le orecchie. Le due esperienze confliggono.

Al ristorante si mangia. Con le fauci. È un’esperienza, certo, e  a quel livello prevede un certo grado di concentrazione, ma non un’attenzione esclusiva e totale. Mentre si mangia si chiacchiera con i commensali, ci si guarda intorno, si origliano le conversazioni degli altri tavoli, si beve fino a essere un po’ brilli: tutto questo non sottrae nulla alla pienezza dell’esperienza, anzi.

Quindi, se a un certo punto della serata un bambino piange, si può – si deve, anzi – accogliere la circostanza con grazia, attendere che la crisi passi, e ritornare al proprio pasto senza “infuriarsi”, come gli ospiti di Alinea.

Questa vicenda mostra soprattutto l’eccesso di importanza che ormai collettivamente tributiamo all’alta ristorazione, e alle conseguenze – tra il pernicioso e il ridicolo – che questo comporta per l’ego degli chef. Negli ultimi dieci anni, sembrava avessimo smesso di provare timore reverenziale nei confronti dell’alta ristorazione.

Avevamo iniziato ad aspettarci un’accoglienza più informale, una mise en table meno sontuosa, personale di sala meno reverente e più avvicinabile, così da poter godere del grande ristorante come di un’esperienza di convivialità e piacere.

Lo stiamo invece trasformando in un’elaborata messa cantata in cui si venera, in religioso silenzio, l’ego dello chef?

commenti (81)

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  1. Forse sarei della vostra stessa idea se non fosse che attualmente sto lavorando in un negozio dove la proprietaria porta la propria figlia di 5 mesi.
    Non avevo mai vissuto prima d’ora un’esperienza del genere…a volte le crisi non passano con un semplice abbraccio e due coccole.
    Ci son bambini la fuori che piangono come se li stessero sgozzando, francamente fatico sul posto di lavoro e non ne sarei felice dovessi sborsare 500 dollari per una cena.
    Se voglio solo nutrirmi me ne sto a casa, se vado ad un ristorante di un certo livello (cosa che personalmente posso solo sognare) è per staccare e godermi la serata.
    È brutto e politicamente scorretto da dirsi ma è la verità.

  2. Avatar iskander66 ha detto:

    Mi domando: che senso ha portare un bambino di 8 mesi in ristorante? Il bambino può assaporare qualcosa, può godere dell’esperienza sinestetica rappresentata da una serata in un grande ristorante? O non lo si sottopone ad un non richiesto stress, posto che un bambino di 8 mesi vuole stare nella sua culla tranquillo a dormire? Una coppia che può spendere 1.000 $ per una cena aveva grossi problemi a trovare una baby sitter, “ultimissima” novità nel campo dell’assistenza alle famiglie?

    1. Avatar riccardone ha detto:

      Forse, anche potendoselo permettere, non lo vuole lasciare? O forse dovrebbe solo per paura di disturbare gli intolleranti che hanno dimenticato che anche loro probabilmente sono stati pargoli? Mah.

    2. Avatar Riccardo I. ha detto:

      Sinceramente, mi sentirei intollerante se fossi IO ad andare a casa di una coppia con bambino notoriamente urlante, oppure la invitassi da me, e poi pretendessi il silenzio assoluto.
      Ma al ristorante, al cinema, a teatro, in ogni luogo pubblico, esistono canoni di comportamento comuni che prevedono che nessuno abbia il diritto di disturbare platealmente gli altri.

    3. Avatar MAurizio ha detto:

      Si chiamano “figli” in genere stanno con i genitori. Magari a 8 mesi si succhia ancora il latte materno.
      Magari lasciarlo piangere a casa con la babysitter sarebbe stato apprezzato da alcuni, NON dal bambino (e, verosimilmente dai genitori che avrebbero scucito 1000 dollari per cenare)
      Il ristorante NON apprezza i bambini (cani, terroni, ebrei, “stranieri”, “de ristorantibus”) basta mettere un cartello e i clienti, leggendolo possono scegliere se spendere o meno li i loro dollari …

    4. Avatar Irene ha detto:

      E se chi porta il bambino al ristorante fosse in viaggio e quella l’unica occasione di coronare il sogno in un ristorante di lusso?!?! A chi lascereste vostro figlio in una città, magari straniera, per coronare quel sogno? sez. Avvocato del diavolo

  3. Avatar mafi ha detto:

    È che a volte non si tratta di un pianto di un minuto e l’alta ristorazione c’entrerà ma fino ad un certo punto, visto che a me è successo in pizzeria, che non ero l’unica infastidita e che il pianto ininterrotto mi ha penetrato l’orecchio – e ne ho sentito l’eco per tutta la notte:-D.
    Come dovrebbe esserci tolleranza, non dovrebbe però mancare il buon senso dei genitori e, mia opinione personalissima, portare un bimbo di pochi mesi al ristorante già non è il massimo per lui ma soprattutto ti espone a situazioni del genere.
    Quindi, liberissimi di portarlo ma se inizia a piangere (e non smette più), liberissimi gli altri di lamentarsi se vogliono (giustamente) mangiare, origliare le conversazioni dei tavoli vicini e soprattutto starsene un po’ in pace.
    ps
    adoro i tuoi post anche quando non la penso come te

  4. Avatar carlo59 ha detto:

    Ho portato mia figlia al ristorante in questi 21 mesi soltanto poche volte, e tutte in vacanza, non potendola lasciare in albergo.
    In tutti i casi abbiamo aspettato che si addormentasse prima di avvicinarmi al ristorante, abbiamo chiesto se potevamo sederci anche con la bimba, abbiamo chiesto ai vicini se ci fossero problemi. Solo dopo l’approvazione del ristorante e dei vicini ci siamo seduti. Solo in un caso si e’ svegliata, ma una delle ragazze ai tavoli ha preso la carrozzina e ha passeggiato con la piccola fuori aspettando che passasse il pianto e permettendo a tutti (noi compreso) di mangiare. I ristoranti erano tutti di “buon categoria”, ma non mi sognerei mai di portarla da Beck o da Alajmo. P.S. da Don Alfonso non si possono portare sino a 4 anni la sera. E’ indicato (era?) sul loro sito

  5. Avatar Checco Ioni ha detto:

    “Esso piange” ???
    Non è la traduzione il problema, è proprio la grammatica italiana…

    1. Avatar Diegus ha detto:

      Più che l’atteggiamento dello chef, comunque, è proprio il fatto che “baby” in inglese viene usato con il pronome “it”. La traduzione corretta in italiano della frase è quindi “Piange.”, senza se e senza ma.

    2. Guardate che io sulla tigna batto tutti. Ieri ho interpellato non uno ma due madrelingua, che così mi hanno risposto:

      “It’s more “proper” to say he or she since the baby is a person! Some people do say “it” when talking about a baby, but it’s just not proper. I hear it more when someone in regard to someone who is pregnant and they don’t know if “it” is” a boy or a girl.”

      E la scelta di “esso”, ovviamente, dipende dal fatto che è un pronome attribuito alle cose.

    3. Avatar Anna ha detto:

      Giustamente l’italiano ci da l’opportunità di non esplicitare il soggetto.

    4. Avatar Mickey ha detto:

      (in realtà ci DÀ -verbo-, non DA -preposizione-)

    5. Avatar Jade ha detto:

      Dì (di’?) la verità: Luciano Rispoli ti ha scartato ai casting di Parola Mia e tu ti stai vendicando con noi, eh?

    6. Avatar alessandra ha detto:

      in realtà l’accento si mette se nella stessa frase ci sono due da:
      – ci dà da bere.
      in quella frase l’accento non va perchè il significato di quelle due lettere è chiaramente la coniugazione del verbo dare e non una preposizione.

    7. Avatar alessandra ha detto:

      la maestra di italiano di mio figlio l’ha insegnato in classe, con tanto di libro di grammatica e relativi esempi

    8. Avatar pietro ha detto:

      Guarda Alessandra forse sarò sembrato antipatico col precedente commento ma sono altrettanto sicuro del mio libro di grammatica…nonchè delle bastonate del mio professore di italiano delle medie 😉

      non riesco a trovare neanche un riferimento a quello che riporti tu, anche perchè nella maggior parte dei casi il contesto renderebbe effettivamente superfluo l’uso dell’accento.

      http://www.grammaticaitaliana.eu/da_accento.html

      ciao

    9. Avatar Orson ha detto:

      E’ giusto, Sara, ma lo chef non conosceva il sesso del bimbo. Per essere davvero polite avrebbe dovuto scrivere, appunto, “he or she” ma in un tweet non è così comune usare 9 caratteri al posto di due…
      A me pare che lo chef sia molto coscienzioso a porsi il problema, mentre mi sembra che sia poco sensato portare un neonato in un ristorante di quel livello (lo dico avendo portato per la prima volta mio figlio in un ristorante serio quando aveva 20 mesi, perché si sapeva comportare decentemente a tavola – non si alzava, non urlava)

    10. Avatar Orson ha detto:

      Good point. Too old to tweet…:)

    11. Avatar noname ha detto:

      Tigna per tigna però ci può stare che lo chef non conoscesse il sesso di un pargolo di 8 mesi. E infatti la madrelingua ti ha spiegato che si usa corretamente quando non si conosce il sesso del nascituro. It è un pronome personale neutro (a differenza dell’italiano in cui il genere neutro non esiste) e non è un dispregiativo.

    12. Non ha detto che è corretto, ha detto che alcune persone lo usano parlando di un feto, ma che non è proper. Con quest’ultimo commento consideriamo esaurita la sessione “lana caprina” e torniamo al cuore del tema.

    13. Avatar viola ha detto:

      esatto. l’inglese ha anche il genere neutro, baby è neutro, it è il pronome grammaticalmente corretto. non c’è nessun sottotesto…

  6. Avatar TheSopranos ha detto:

    Il tema è noto e discusso più volte.
    Chi, come me, pensa che i bambini sia meglio lasciarli in un area di propria competenza viene etichettato come intollerante, come uno che non può capire, come un limitatore di libertà e così via.
    Continuo a pensarla così. I bambini, per loro natura e non per loro colpa, sono “persone” che hanno bisogno di stare nell’ambiente adatto a loro stessi. Non possono deciderlo loro, non ne sono ancora in grado, ma devono farlo i genitori al loro posto. Se i genitori vogliono soddisfare il loro sacrosanto diritto a svagarsi e divertirsi una volta tanto per “staccare” dal lavoro di genitori il modo migliore è lasciare i bambini a casa con qualcun’altro che se ne occupi al posto loro. Se questo non è possibile allora scusate, ma obbligare gli altri a subire le loro scelte per me è ingiusto.

    1. Avatar Ciavevopensatoprimaio ha detto:

      Credevo di essere quasi solo a passare per intollerante:caro/a Sopranos siamo almeno in due.Spesso la tolleranza (che mi sembra una brutta parola che ne ammazza altre tipo rispetto,educazione,attenzione agli altri,ecc.)è quello che i maleducati pretendono per poter fare quello che gli pare.

  7. Avatar noname ha detto:

    E’ un discorso complesso. Sintetizzando direi che seguendo il buon senso in un ristorante con 3 stelle il pargolo di 8 mesi non ce lo porterei, ma in pizzeria si e se piange si porta fuori finché si calma, cercando di disturbare il meno possibile. Poi oh, i bambini esistono, non possiamo imbalsamarli, se ci fosse sempre educazione da una parte e un po’ di tolleranza dall’altra avremmo già risolto il problema.

  8. Avatar ciavetesmussato ha detto:

    “Ma la gente porterebbe un neonato a teatro? A un concerto?”
    quella è arte ! tu sei un cuoco , cioè una via di mezzo tra un operaio e un cameriere. ce ne passa !!!

  9. Avatar pippolimpionico ha detto:

    Correva l’anno 2002 e ho portato mio figlio (6 mesi) all’Enoteca Pinchiorri chiedendo ovviamente se era un problema e mi è stato detto di no. C’era anche un altro piccolino. Fortunatamente ha dormito si è svegliato e la mamma lo ha allattato in bagno. La più grande soddisfazione è stato quando una coppietta visto il bambino dormiente ha chiesto di non avere il tavolo vicino al nostro ed è finita vicino ha dei giapponesi che a un certo punto erano così ubriachi che hanno rovesciato il tavolo quasi addosso alla simpatica coppietta…. hahaha.
    Ora a 12 anni mio figlio mi costa un botto in menù degustazione…. (l’errore è stato quello)

  10. Esperienza purtroppo subita non molto tempo fa in un ristorante brianzolo… con “solo” una stella… Lo chef patron del ristorante era costernato con tutta la sala e si è prodigato in scuse per il fastidio subito da tutti, spiegando che avevano prenotato per quattro persone e che non avrebbe mai immaginato che si sarebbero presentati con una bambina di 4/5 anni che non è stata seduta più di 5 minuti consecutivi ed un’altra in fasce di non più di 6 mesi che ha urlato e pianto per tutto il tempo.
    Il problema è che i bambini hanno ben poche colpe, se si ritrovano due genitori ignoranti e cafoni che se ne fregano di coloro che hanno intorno e si permettono di far girare senza controllo bambini annoiati di 4 anni per un locale. Dove per altro, oltre ad i commensali che possono infastidirsi o meno, vi sono persone che lavorano, e che quindi potrebbe risultare anche pericoloso.
    Non ho problemi ad avere bambini seduti ai tavoli o nel passeggino, ho problemi con i genitori ignoranti.