di Stefano Caffarri 20 Luglio 2009
Paleo ristorante americano

Il cuoco Arturo Recensioni eccezionalmente positive? Successo di critica oltre ogni aspettativa? Stelloni pneumatici (massì, le Stelle Michelin) a raffica, a mitraglia, a grandine? Ecco sintetizzato il sogno di ogni ristoratore ambizioso… e invece no. Se il ristoratore colpito da una valanga di consensi è poco attrezzato, lo stress può diventare una coperta bagnata che avvolge ogni giornata, l’ansia da prestazione, l’inattesa popolarità… più interviste che nuovi piatti, magari la TV che tutto macina…

In genere, questa cosa colpisce le rockstar, successo clamoroso per il primo disco, in cui si finiscono anni di idee. Il secondo va via come unto dalla forza dell’inerzia, e il terzo? Per il terzo bisogna inventare con il fiato sul collo. E non tutti reggono.

Mi raccontava una storia simile il proprietario di un ristorante che non nominerò, baciato dalla stella Michelin anni e annorum fa. “Ci siamo affogati di debiti per riempire la cantina, abbiamo assunto personale, rincorso una clientela internazionale… oh sì, il fatturato aumentò del 50%, ma i costi del 500”. Dopo alcuni anni quel ristorante perse la stella, perché nella sua anima c’era la buona cucina di casa e non altro, e ci vollero anni e annorum per rimettere a posto le cose, ‘che tornare indietro è più difficile che andare avanti.

In provincia ci sono storie di piccoli locali che “si sono montati la testa” finendo per essere abbandonati dagli avventori della prima ora delusi dal decadimento della qualità. Ma tutti di colpo, e irrimediabilmente. E ci sono storie di grandi locali rovinati da troppa critica positiva. Word of Mouth – uno dei relevant food blog del Guardian – ne ha messe insieme diverse.
Dissapore non vorrebbe essere da meno, chi ci racconta?

Immagine: il cuoco Arturo, Condotta degli Studenti di Scienze Gastronomiche