di Stefano Caffarri 24 Luglio 2009

il piatto piangeVolevo parlarvi di addizioni. Fate tacere il piccolo scolaro che è in voi, parlo delle addizioni che concludono i nostri stravizi al ristorante, lasciandoci felici, amareggiati o così così. Spendere molto per un pasto ci espone ai sensi di colpa, il punto è che il gastrofanatismo rimane socialmente condannabile. Fate la prova: “Ho speso cento euri per cena”, e intorno a voi fioccheranno bocche a cul di gallina, magari indossate su jeans da 200 o intestatarie di vetture da un euro al chilometro.

L’argomento è delicato, specie ora che mangiare in alcuni ristoranti è proibitivo per una larga fascia della popolazione. Ma, recessione a parte, qual è la vostra personale soglia del pudore? Oltre la quale anche la cena più formidabile risulta indigesta? Ho visto uomini che il fisco classifica alla voce: “ricchi”, scandalizzarsi per l’ipotesi di una cena da 50 euro. Ho visto redditi modesti spenderne serenamente il doppio, pur di regalarsi un’esperienza.

Devo confessare il mio limite: i 368 euri fissi di Marc Veyrat sono veramente, veramente tanti. E sedere all’Enoteca Pinchiorri con l’ansia di spendere 100 euro in più per un sospiro, non mi rasserena.

Qual è dunque la soglia del pudore, che superata impone alla domanda: “Quanto hai speso?”, risposte generiche tipo “abbastanza”. E soprattutto perché regalarsi una serata in un locale dove 15 persone lavorano per te mettendoti a disposizione genio, talento, fatica, anni di esperienza e materia prima di qualità superba è più indecente di comprarsi un orologio in plastica dal valore immaginario?

[immagine: Partypoker]