di Alessandro Morichetti 25 Febbraio 2011

Una vera trattoria restituisce il senso del luogo come nient’altro. Dici Roma e pensi caos, cordialità un po’ spaccona, carciofi, cacio e pepe e un cameriere che ti passa accanto uscendosene con un “ahò, ma ndo’ le pubblichi ste foto der carciofo?“: Felice a Testaccio, insomma. Piatti slow e una trattoria fast in cui il ritmo della metropoli intervalla il servizio. Il tempo di sedersi e già ti hanno chiesto cosa mangi e portato l’acqua. 80 posti e un paio di turni a pranzo e cena, il ritmo è serrato. Mi piacciono gli interni in rustico moderno e il menù con piatti del giorno che ruotano in aggiunta a quelli storici.

Scegliamo i grandi classici. Il carciofo alla romana si scioglie in bocca e sono i 5 euro più veloci da guadagnare nella storia della ristorazione italiana. Ripeteresti “ancora!” come un disco rotto, ma non è il caso. L’abbacchio con patate è un ottimo secondo (ma farebbe la sua porca figura anche come piatto unico), i saltimbocca alla romana ordinari. Il piatto più atteso non delude le aspettative, anzi: i tonnarelli cacio e pepe sono na sorta di maccheroni alla chitarra con pepe, olio, acqua di cottura, pecorino e parmigiano. Arrivano in tavola sovrastati di condimento che poi il cameriere miscela alla pasta. Un piatto cremoso e saporito, sublime.

Pranzo completo in un’ora netta e avanti un altro. Si può spendere 20 euro come 40/45, ho scelto la seconda opzione per dovere di cronaca e finito di digerire il mio pranzo formato famiglia giusto in tempo per la cena. Felice è una trattoria che miscela storia, solidità e “cassa” con grande sapienza. Soddisfare turista, autoctono, gourmet e passante è un’arte che non s’inventa.