di Sara Porro 9 Luglio 2010

“Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative che sono uno spasso da scrivere e da leggere”. Forse la più bella riflessione sul mestiere del critico gastronomico viene da un personaggio di fantasia, Anton Ego, spietato recensore di ristoranti d’alto livello nel delizioso film Pixar, Ratatouille.

In realtà, almeno in Italia, le recensioni negative sono un genere tutto sommato poco praticato: a Milano, sono notoriamente su due posizioni differenti i critici del Corriere della Sera,  Valerio “Primula Rossa” Visintin – un uomo che ha fatto presentare a 5 signori con baffoni finti una guida pur di non svelare la sua identità – e Allan Bay, (meritatamente) noto per una fortunata serie di libri di cucina for dummies (Ciao Allan! Grazie per avere firmato la mia copia!). Visintin scrive spesso recensioni negative, a volte feroci, e invariabilmente spassose, mentre Allan Bay scrive solo recensioni positive – nel senso che, semplicemente, segnala esclusivamente locali che gli sono piaciuti.

La sensazione, però, è che quando ci si mette la faccia non sia facile essere spietati. Ed è qui che arriva il web 2.0, a trasformare, potenzialmente, tutti gli utenti di Internet in critici gastronomici: e quando lo “spasso” di scrivere una critica negativa si unisce all’anonimato cadono tutte le reticenze. L’altro giorno ha cucinato per noi amici uno chef molto bravo: eravamo in montagna, e ci ha ammannito una straordinaria frittata con le erbe raccolte nella mattinata. “E’ buona da piangere” ho detto io. E lui, secco: “Beh, almeno tu non pensi che faccio una cucina ‘adatta solo al palato di un forte fumatore’, come hanno scritto di recente su Internet”. Di fronte alle mie insistenze, ha raccontato il resto della recensione, i cui altri punti salienti erano “All’ingresso sono stato accolto da un signore sudaticcio”(“quello sarei io” commenta un altro commensale, tergendosi la fronte) e “Alla mia richiesta di indicazioni sull’abbinamento con il vino, il cameriere ha risposto: Non me ne intendo, chieda consiglio ad un amico” (loro negano che sia andata così, io spero sia successo davvero, è una risposta dadaista).

Ogni chef reagisce a modo suo a questa moltiplicazione dei fronti. Tra i miei “amici” su Facebook compaiono di tanto in tanto messaggi di stato inferociti (“Infami, bugiardi e codardi. Qui, tutto bene, bravo, bis! A casa, pavidi, nascosti dietro un nomignolo a gettar fango addosso.”); altri sono apparentemente online 24/7, chiedendo lumi a ogni singolo commentatore che lasci una critica meno che entusiasta (“leggo con piacere la sua critica al mio ristorante, sono X del ristorante Y. Mi farebbe piacere ricevere una critica più articolata soprattutto quando questa risulta essere negativa, come nel suo caso”), che generalmente cadono nel vuoto.

Ma quali sono i rischi delle rece 2.0? Danno davvero una visione realistica di come si mangia in un ristorante?

A parte ovviamente il livello difforme dei recensori della domenica, che spaziano dal lirico al sadico, c’è un problema più radicale: è più facile aver voglia di scrivere un commento su di un posto che non ci è piaciuto, piuttosto che viceversa. Se l’esperienza è stata un successo, si paga il conto con la serena consapevolezza che lo scambio cibo/denaro ha mantenuto gli equilibri cosmici del karma, se invece si è sborsato per una cena insoddisfacente, più facilmente si vorrà rivalersi, anche tramite una recensione online.

[Fonti: Wikiquote, Mangiare a Milano, immagine: Hardpop Files]