di Andrea Soban 17 Gennaio 2012

“Ciò che sta ai panini come l’Apple ai computer”. La risposta appartiene a degli amici milanesi cui mi ero limitato a chiedere: “cosa mangiamo oggi”? L’Apple dei panini è ovviamente l’hamburger, e l’hamburger che non è un hamburgher ma, sempre nell’interpretazione degli amici milanesi, “una tentazione tormentosa e impudica un po’ cara ma ne vale la pena”, si mangia da Ham Holy Burger in via Palermo 15, nuovo format di ristorazione veloce parente stretto di Rossopomodoro e altre insegne napoletaneggianti di quello stesso circuito. Autodefinizione: Accademia dell’Hamburger Gourmet. Con tutte le maiuscole.

Va la faccio breve. La prima idea cardinale è l’iPad. Si ordina solo attraverso la tavoletta della Apple (tutto torna), i camerieri quasi non ti si filano. La seconda è la carne di razza piemontese presidio Slow Food come già nei M**Bun torinesi, e a la Granda nel pane.

Ci sono 5 scelte per ogni voce di menu, che siano panini, insalate, vini o birre artigianali. Ci sono anche le patate tagliate a mano e le bevande fatte in casa, inizio a capire come mai per i frequentatori di paninoteche milanesi Ham Holy Burger somigli un’esperienza mistica.

Ma l’ordine con l’iPad è rognoso, causa disagi tra i clienti e non pochi disservizi in sala. E le molte possibilità di personalizzarlo non aiutano. Dopo aver scelto il mio hamburger con facoltà di aggiungere o togliere ingredienti, mentre controllavo il prezzo delle patatine e delle bibite, ho potuto perfino indicare il grado di cottura.

La webcam puntata sul cuoco che preparava il mio panino ha reso più rilassante l’attesa, insieme alla pagina di un sito lasciata aperta dal cliente che mi ha preceduto (hey, esiste già la t-shirt con la scritta “Vada a bordo, ca**o“). Ho fatto in tempo a giocare con un app che modifica le fotografie e altre cose geek per noi bambinoni cresciuti.

Un trucco che funziona. Ho pagato un hamburger 12 euro (dodici!) senza neanche accorgermene, e non era nemmeno griffato Gualtiero Marchesi.

Per inciso, il mio beatburger (180gr. di pura carne piemontese “medium cooked”, con lardo stagionato alle erbe, funghi alla brace, flakes di caciocavallo e radicchio rosso accompagnato da una ciotolina di miele) era veramente buono, con il pane fresco rallegrato da una punta di dolce. Buone anche le patate tagliate a mano a sfoglia e quelle a spicchi, solo un po’ unte, servite con un piattino di 5 salse diverse. Eccesso di personalizzazione.

Ho bevuto una squisita limonata fatta in casa, più simile al vero mojito della Bodeguita del Medio a l’Avana di molti pseudo coktail che gli vorrebbero somigliare. Questione birre: potevo scegliere tra Lurisia, Menabrea e Baladin.

E mi sono guardato intorno: clientela selezionata dal conto finale, più da ristorantino che da hamburgeria. Ma lo slogan iniziale, ricordate l’Accademia dell’Hamburger Gourmet?, nel caso dell’Ham Holy Burger è abbastanza vero.

Malgrado l’iPad.