di Giorgia Cannarella 4 Dicembre 2013
I 7 ristoranti più sopravvalutati del 2013

Oggi, siccome non sapevamo come complicarci la vita, abbiamo impegnato un nutrito manipolo di sgamatoni, giornalisti  food-writer e critici gastronomici su un tema assai scivoloso: quali sono i ristoranti più sopravvalutati del 2013? Sottotitolo: le esperienze più negative dell’anno (per non dire le più schiettamente pessime).

Per proteggere l’incolumità dei critici gastronomici, poco attirati dall’idea di trovarsi sotto casa qualche gestore imbufalito, accanto alle 7 stroncature non troverete i loro nomi. 

Li scriviamo invece qui di seguito, alla rinfusa: a voi il piacere di fare congetture su chi (?) ha stroncato cosa (?), e abbinare correttamente. Vediamo se avete l’istinto.

Margo Schachter, giornalista di Vanity Fair
Carlo Cappelletti, blogger di Passione Gourmet
Federico De Cesare Viola, giornalista de Il Sole 24 Ore
Marco Trabucco, giornalista di Repubblica
Camilla Baresani, scrittrice e critica gastronomica del Corriere
Stefano Cavallito, critico gastronomico di Repubblica e delle guide I 100
Antonio Scuteri, giornalista di Repubblica

L'Antica Pesa

ANTICA PESA

Via Giuseppe Garibaldi, 18, 00153 Roma.

[???] – Un ristorante anacronistico, con un servizio davvero approssimativo nonostante le ambizioni. La cucina è piena di scorciatoie da locale turistico, sciatta e untuosa, con cotture abbastanza imbarazzanti.

California Bakery

CALIFORNIA BAKERY

Vari indirizzi a Milano.

[???] – L’amore per California Bakery ha scricchiolato negli ultimi mesi, fra alti e bassi. Poi ho rotto definitivamente durante un brunch del sabato. Negli anni il servizio di caffetteria infrasettimanale al bancone ha perso qualche colpo, a volte si viene dimenticati o la richiesta di un goccio di latte si tramuta nella caccia al tesoro.

I bagel nell’ultimo anno sono lievitati in occasione della ristampa del menù, di qualche euro cadauno. I muffin per cui andavano famosi ultimamente sembrano scagazzati nei pirottini, fin troppo homemade. Onore al merito, il caffè americano è fermo a ragionevolissimi 1.50€. Al brunch però ci si aspetta di più, e invece: fuori c’è la fila, devi aspettare sul marciapiede – se ti va bene – altrimenti sei fra quelli seduti al turno precedente, osservati con insistenza fino a farti alzare le chiappe per tempo.

Due ore, ecco lo slot per un rilassante inizio di week-end. Peccato che non siano abbastanza dato il servizio assente e che, fra l’andirivieni e l’acustica pessima, si esca più stressati di prima. 15-20€ per un piatto unico, fra pancake con salmone, scrambled o Benedit egg, hamburger con patatine, quiche e omelette. Le due ordinazioni e i due caffè riescono ad arrivare a singhiozzi, in quattro comode rate. Nel coperto è inclusa l’acqua, filtrata, anche il succo d’arancia (scaraffato direttamente dal tetrapak).

Il conto per 2 supera i 50€. I prezzi sono “fuori dalla norma, quindi normalmente milanesi” ma la qualità e l’atmosfera lo rendevano un posto speciale, un porto sicuro in mezzo alla ristorazione da pausa pranzo.

Ora è decisamente e semplicemente un luogo sopravvalutato. Ed è per questo che ci si sente un po’ traditi.

Amerigo

AMERIGO

Via Guglielmo Marconi, 14-16, 40060 Savigno (BO).

[???] – Non mangio mai male per sbaglio. Se mangio male è per scelta, lo so da prima e affronto con animo lieto il mio destino, andando in locali o bettole dove già so che la cucina è in secondo piano, ma che magari adoro per atmosfera e sensazioni. Sarebbe quindi troppo facile infierire su uno di questi posti, a loro modo sinceri.

A parte questi casi, le fonti a cui attingere per sapere a cosa si andrà incontro sono talmente tante (guide, blog, passaparola, Tripadvisor, sì anche Tripadvisor) che mi sembra quasi impossibile sbagliare la scelta. Quindi come “peggiore esperienza” del 2013 ho scelto un locale dove ho in realtà mangiato bene, ma non abbastanza, non all’altezza delle mie aspettative (alte). Quindi una delusione, più che un brutta esperienza.

Erano anni che volevo andare da Amerigo, trattoria per eccellenza, presidio del territorio, oasi gastronomica e bla bla bla. Ed è stato tutto perfetto: ambiente, sorrisi, calore, umanità, menu. Ma i piatti… Buonini, sì. Però senza vera intensità, senza profondità, sapori convenzionali, senza esplosioni, un po’ di pesantezza, gusti mai al di sopra di tante altre trattorie molto meno blasonate.

Che dire? Serata storta? Osti che riposano sugli allori? Tante domande, una sola risposta certa: la voglia di tornare non c’è.

Caffè delle Arti

CAFFE’ DELLE ARTI

Via Antonio Gramsci, 73, 00197 Roma.

[???] Il ristorante del museo GNAM di Roma, un posto dove sicuramente i veri gourmet non vanno, ma che altrettanto sicuramente è sempre pieno. Gli ambienti sono meravigliosi, e così la vista sul giardino. Però la cucina non è assolutamente all’altezza di tanta bellezza. Piatti da nave da crociera o scuola alberghiera di 30 anni fa, senza nessun guizzo vitale.

L’unica possibilità è portarsi una bustina di tè e chiedere una tazza di acqua calda.

Palazzo Parigi

PALAZZO PARIGI

Corso di Porta Nuova, 1, Milano.

[???] – Una cena decisamente poco riuscita. Tutto, nella preparazione e nel servizio, denunciava frettolosità e pressapochismo.

Claudio a Bargeggi

CLAUDIO A BERGEGGI

Via 25 Aprile, 37 – 17028 Bergeggi (SV).

[???] – Ristorante stellato, una delle più belle terrazze della Liguria di Ponente, con vista meravigliosa, sala e servizio eleganti. Quasi troppo anche perchè nel piatto la cucina non difende nemmeno più la qualità assoluta che devono avere i prodotti del mare, almeno se sei sul mare.

1489090_10151805226802686_435158454_n

ARTECRAZIA

Via Giorgio de Chirico Giorgio, 1 – Lecce.

[???] – Ci sono serate così, in cui nulla sembra girare secondo le aspettative peraltro relative: in cui le urla dalla cucina per un piatto rimandato indietro praticamente intonso (solo una di diverse portate contorte e spesso eseguite in modo poco attento, o la ciliegina di un grottesco gin tonic portato senza ghiaccio in un bicchiere da acqua) ti fanno capire che quella sera nulla, davvero nulla, avrebbe potuto salvare la situazione.

Peccato, perché il servizio è stato ai limiti dell’improvvisato, ma il luogo è bello in modo insolito e lo chef volenteroso (anche se tecnicamente da affinare). Ma Artecrazia a Lecce, per giocare fra i grandi, dovrà ripensarsi profondamente.

[Crediti | Immagini: Cucchiaio, Viaggiatore Gourmet, Tavole Romane]