di Fiorenzo Sartore 23 Aprile 2009

duomoHo passato parte della mattina nell’esegesi del testo che “disciplina la vendita da parte delle imprese artigiane di prodotti di propria produzione per il consumo immediato”, reperibile qui (ringrazio Fabio Spada, col suo commento). E solo la lettura del titolo è stata faticosa. Il resto del documento (cerco di riassumere) è appena meno terrificante dell’effetto temuto, cioè il divieto di assieparsi fuori da negozietti dispensatori di cibo da strada, per sfamarsi lietamente, com’è d’uso in gran parte del mondo sazio che si rallegra di una pratica assai più social e risalente che ciattare su Facebook.

Il testo di legge, come saprete se non siete appena scesi da Marte, riguarda un improvvido provvedimento della Regione Lombardia, teso a regolamentare la vendita da asporto in una serie di locali indicati, come dice il testo, “a titolo meramente esemplificativo”: pasticcerie, gelaterie, yogurterie, rosticcerie, piadinerie, pizzerie da asporto, gastronomie e kebabberie. Ecco, quel kebabberie al termine della lista sembra l’elemento scatenante: alla fine l’avete fatto per quello, dicono i critici, volevate contenere l’ascesa del kebab così poco lumbard, e per farlo ci vanno di mezzo tutti. Da qui a dire che sarà vietato leccare il cono gelato passeggiando per la via, il passo è stato breve, e l’indignodromo è esploso potente. Date simili premesse, pure a ragione.

La lettura, dicevo, è stata difficoltosa. La prosa migliorabile non ha contribuito, così come quel tono fumoso che è l’inevitabile cifra stilistica della letteratura giuridica. Tuttavia, il testo appare meno draconiano ed illiberale di quanto fa temere, perché si limiterebbe ad un confuso tentativo di normare un’attività oggetto, appunto, di regolamentazione comunale. Insomma, mi tocca pure citare i leghisti, che si affannano a dire “se un cliente mangia il gelato in piedi o seduto su una panchina pubblica all’esterno della gelateria  può tranquillamente continuare a farlo. Se mangia il gelato al tavolino, sotto un gazebo o all’interno di dehors installati dal titolare della gelateria, allora è vietato”. Ecco, ci chiediamo: è davvero tutto qui?

Se le cose stanno nei termini descritti dagli esponenti della Lega, dovremmo ritrovarci quasi d’accordo. In teoria nessun commerciante sano di mente piazza tavolini all’aperto senza le dovute autorizzazioni; da queste parti circolano agenti della municipale dotati di gatto a nove code, nel caso. Il fatto è che in questa polemica si mescolano ingredienti (possiamo ben dirlo) che provengono da altre liti ed altri tipi di accapigliamenti, che sono abbastanza noti ai lettori di Dissapore: ricordate il divieto di kebab a Bergamo? E Lucca? Tutto questo, poi, si aggiunge agli effetti della normativa riferibile a Bersani, che, in sostanza, apriva ai dettaglianti di prodotti alimentari la possibilità di consentire, nell’ambito della bottega, il consumo di quei prodotti; assimilando con ciò i negozi a tutto il resto delle attività di somministrazione, fatte salve un bel numero di differenze logistiche, previste dalla legge. Il decreto Bersani, come il Tao, ha in sé elementi critici all’interno del suo disegno virtuoso: di fatto tutte le Pubbliche Amministrazioni dei comuni italici si sono ritrovate, volenti o nolenti, a dover regolamentare quello che, in apparenza, si è presentato come un’esplosione di punti di ristoro sparsi per la città.

Adesso, perdonatemi, parto con un’ovvietà: la regolamentazione è necessaria. Ma, nello specifico, io comprendo anche un genere di normazione ispirata ad un qualche tipo di spirito dirigistico. Faccio spesso l’esempio dell’edilizia: nel nostro belpaese ci sono aree nelle quali l’edificazione è sottoposta a rigidi canoni architettonici. Esempi? Immaginate di costruire nel centro di Gubbio, o di Assisi: fatalmente sarete costretti ad utilizzare gli stilemi pseudomedievali previsti dalla locale PA. Se mettete su casa ad Alberobello, non potete pensare di utilizzare lo schema edilizio della baita valdostana: semplicemente, non è legale. E questo è accettabile in un’ottica, in senso lato, dirigistica: le PA considerano porzioni del territorio in quanto elementi paesaggistici, che vogliono essere coerenti con la comune idea di landscape; e questo guardacaso attiene ad uno dei migliori prodotti che abbiamo sul mercato, cioè la proposta turistica. Ovviamente possiamo discutere, a fondo, su quanto questa idea di fossilizzazione del paesaggio sia posticcia, artefatta e magari forzata; possiamo ammettere che al centro di Alberobello campeggerebbe magnificamente un grattacielo di trenta piani in cristallo a specchio: si tratta di opinioni, in fondo.

Arrivati a questo punto, e realizzato che si tratta, in definitiva, di regolare qualcosa che la Regione Lombardia avverte, evidentemente, come un elemento caotico e non coerente con il suo progetto di res publica, mi piacerebbe capire meglio. Il testo, e le successive, inevitabili precisazioni, parlano di vietare dehor, tavolini esterni ai locali. Come dicevo prima, mi risulta che tali installazioni siano rigidamente regolamentate dalla normativa già vigente; si tratta dunque di revocare qualcosa di legale, e preesistente? In sostanza, la Regione Lombardia, in piena crisi dell’economia (correggetemi se nel frattempo il Pil s’è raddoppiato da solo) decide di comprimere concrete possibilità di gettito fiscale. Oppure, in alternativa, redige una norma per regolamentare ciò che è già normato in abbondanza.

Ma alla fine di tutto questo, a me piacerebbe che si realizzasse qualcos’altro. Io sono favorevole ad una normazione dirigista, se dietro questa appare un’idea di progetto, un visione d’insieme, un fine. Paradossalmente, io posso ammettere che una PA regolamenti la concessione di autorizzazioni amministrative per attività commerciali, in un ambito paesaggistico rilevante, purché queste siano coerenti col paesaggio stesso; questo è poco moderno, probabilmente è passatista, ma io sono dell’opinione che un policromo McDonald’s non sia perfettamente inseribile in una cittadella medioevale.

Una simile regolamentazione deve, a mio modo di vedere, essere però compresa all’interno di un quadro coerente, con qualche senso. A me sfugge del tutto il senso della legge regionale lombarda in materia di kebab e gelaterie: se intendono regolamentare un disordinato proliferare di sedie di plastica sulla pubblica via, questo si trova già sanzionato nei regolamenti comunali. Se vogliono togliere possibiltà di guadagni per questi imprenditori (e per le casse pubbliche, conseguentemente) in nome di non si capisce bene quali impellenze, devono (dovrebbero) indicarmi qualche genere di piano, di finalità. Infine, se dietro a questo c’è un nuovo, ennesimo tentativo di risolvere un problema (la cui consistenza mi sfugge) legiferando sugli effetti, e non sulle cause, ecco, in questo caso, siamo tutti leggittimati a farci cadere le braccia. Siamo alle solite leggine che sanzionano le peripatetiche in ragione dei loro abiti succinti, guardandosi assai bene dall’individuare altri elementi di indagine. Salvo smentita.