di Claudio Somaschi 19 Aprile 2010

Dice, dice: oggi voliamo per il favoloso Oriente. No, no, c’è la nube, che sei matto: oggi se n’annamo al mercato Esquilino. E con un solo euro di metropolitana, siamo già nelle Asie. Il mondo si è proprio scapicollato per te, romano, ha fatto solo un giro, ed è qui, a casa tua: mica puoi solo giocà a nascondarella dietro carciofoli, zucchine, pommidori e melenzane (se pur essi non sfigurino quanto a patente d’esotismo: ma ci si scorda sempre di quanto siano extracomunitari i tuoi vecchi legionari). La repubblica erbaria, signoramia, non è più la stessa.

Il monte dei dasheen, delle amarissime ampalaya e dei daikon è oggi, sui banchi, quasi più alto, e la sua testuggine è vincente. E quei magnifichi mazzetti d’erbetta, altro non sono, dall’agrore, se avvicini di tanto il naso, che freschi coriandoli.

La manioca (cassava), lo yam (igname), il topinambur nordamericano (già nell’uso, si sà, del piemontese); i tanti tipi di patate dolci, ma anche i cavoli cinesi, gli okra (gombo), i platani (gigantesche scivolarelle giallo-verdi coi loro fiori, a parte, richiusi), le tenere foglie rosse del lal shak (amaranthus cruentus), uno spinacino rosso rosso, il peloso sayote africano (chayote, sechium edule), il fagiolo di Goa, le zucchinette thailandesi, le varianti infinite di peperoncini: da sfiammare l’anima co tutti li mortacci. E poi comunque e dovunque, zenzero, basmati, tamarindo, e farine, mais in pannocchie (di stagione) e fagioli e lenticchie, burgul, semola e soia.

Un caso che pare in sé tracimare la parola tradizione, portandola come per gioco avanti e indietro il sipario del tempo, sul proscenio delle merci, è l’onnipresenza del taro, o dasheen, la caucasia esculenta: le radici bombate di questa pianta dalle foglie a orecchia d’elefante che si è divertita a percorrere da sé, maestosa, senza uno straccio d’Annibale tutti i continenti, si riaffaccia nei mercati romani dopo secoli di disaffezione, dopo la caduta degli Imperi e la fine dei commerci con l’Asia e l’Africa da cui proveniva fin negli aristocratici ricettari di Apicio, usata come una primitiva patata, e come tale accompagnata in stufati a carne e pollame, oppure bollita e servita con salse speziate e garum. Proprio come adesso.

L’ex mercato di Piazza Vittorio, trasferito dal 2001 per bonificare l’omonima piazza nei locali dell’ex caserma Pepe, oggi parla soprattutto bengalese e cinese, quindi pakistano e filippino, e tutti i dialetti dell’Africa e del sud America. Tanto che il grande Gadda, a dover riscrivere oggi le sue mirabili pagine, vedrebbe centuplicato lo sforzo: ma il senso primo e misterioso del gigantesco gnommero resta, mondializzato, perché l’umanità si rimescola, restando appiccicata come una mosca al suo cibo, come un fiore al suo frutto. E non si può spicciare solo per pretesa di chiarezza: per chiarezza, per chiarirsi la vista, si guarda tra i banchi dove, ortaggi noti e non fanno i loro pacifici montarozzi, e non si “contaminano” o si “integrano”, ma moltiplicano le loro varianti di pelli barocche, le une accanto alle altre, al solo scopo di poter finire nei piatti, negli stomaci e nella mutabilità delle voci.

Nuovo mercato Esquilino, Via Principe Amedeo, aperto dal lunedì al sabato, dalle 7:30 alle 14:00

(Fotografie di Maurizio Mirrione)