di Massimo Bernardi 7 Marzo 2011

Improvvisamente tutto ha un senso. Inclusa la domanda che mi sto facendo ora: cosa facevamo prima di Valerio Visintin, cosa raccontavamo ai nipotini che ci chiedevano com’era la vita prima delle stroncature del magnetico critico gastronomico del Corriere? Ci annoiavamo, ecco la verità, e magari collezionavamo sciocchezze reclamando a gran voce la prima stella della Guida Michelin per Nicola Cavallaro, “giovanottone, geometrico e florido come un fante di quadri” di stanza nell’omonimo ristorante in via Lodovico il Moro a Milano. Anzi, per essere precisi, pensavamo che il ripetuto no della Michelin fosse un efferato insulto all’intelligenza della guida francese.

Cosa penso adesso, nel dopo-Visintin? Penso che il destino darwiniano di ciascuna specie, uomini compresi, dipenda in gran parte dalla loro capacità di difendersi da soli. Personalmente do a Nicola Cavallaro lo spazio che vuole.

Nel frattempo, pesco a casaccio dall’esecuzione di Visintin:

  • “l’elenco degli inciampi è un’autostrada”.
  • “L’episodio più comico si verifica in apertura di cena, alla consegna di un piccolo cadeau della casa: cappone in agrodolce (buono). Tutti felici, eccetto un’amica, che confessa imbarazzata d’essere vegetariana. Perbacco. La cameriera si riappropria fulminea del piattino e sparisce senza dire una parola. Porterà un cadeau sostitutivo? Lo speriamo per qualche lungo minuto. Poi chiediamo scusa e cominciamo a mangiare”.
  • “Diverse comande giungono in tavola appena tiepide o peggio. Al punto da interrogarsi sull’eventualità che si tratti di una geniale scelta stilistica; un funambolico balzo dall’alta cucina alla tavola fredda”.
  • “Stiamo ancora aspettando l’annunciata lista dei dolci. Forse un giorno apparirà. Ogni volta che sento bussare alla porta del mio studio ho un sussulto, perché nel frattempo mi sono messo a dieta”.
  • “[Cavallaro] ricordava quegli attori che, raggiunta una certa considerazione di sé, smaniano di passare alla regia, ma chi sta troppo dentro alla propria materia emotiva fatica a giudicare se stesso, gli altri e il contesto col necessario distacco”.
  • “Il disagio non si attenua sedendo in un ambiente di algido gusto provinciale, tra pareti verde-astanteria e lenzuolate di tovaglie lunghe fin sotto i nostri piedi. Un panorama che evoca ricordi di degenze ospedaliere”.
  • “Ci sono piatti che sembrano sbattuti in lista controvoglia, per obbligo di firma. Per esempio, le puntarelle: tagliate con la scure e prive di amalgama, con le alici emblematicamente incrociate sulla sommità come remi in barca”.
  • “Le rivisitazioni sono spesso peggiorative degli originali. E qui, il minimo storico è raggiunto dalle tre pallotte di baccalà mantecato, scialbe e malinconiche”.
  • “Non c’è cura nei dettagli di contorno. Il pane è deludente. I dolcetti finali sono francamente depressivi (con quello al cocco ho rischiato un molare)”.

Et voilà, le grand finale.

  • “Sono certo che un ristoratore avveduto consiglierebbe a Cavallaro di rivedere anche i prezzi. Perché un conto da 60/70 euro (bere a parte) è una promessa dura da mantenere. E c’è ancora tanta strada da fare”.

Rileggo perché non ricordo di cosa volevo parlare.

Oh, sì: senza per forza sperticarsi in applausi consolatori da una parte o dall’altra, mi dite se per voi il ristorante di Nicola Cavallaro subirà “seri danni economici” dal post di Visintin. Uno cui possiamo dire tutto tranne di non avere “nessuna professionalità”. In quanto non semplicemente blogger.

[Crediti | Link: Mangiare a Milano, Nicola Cavallaro, Dissapore. Immagine: Shuttershock]