di Lorenza Fumelli 18 Aprile 2012

Quello che segue, signore e signori, è Kill Frill aka il “Manifesto dei golosi AntiFronzoli”, con buona pace di Quentin Tarantino, dal cui film più famoso il titolo trae ispirazione. Vedo un grosso punto interrogativo volteggiare sui monitor e le vostre brillanti testoline piegarsi leggermente, come fanno i cuccioli quando sono curiosi. In realtà, molti di voi dovrebbero sapere di cosa sto parlando. Un po’ perché Kill Frill gira nei forum enogastronomici dal lontano 2007, e un po’ perché di recente se n’è parlato anche qui.

Comunque, se volete prendere appunti: c’era una volta (e c’è ancora) una commentatrice di Dissapore, nota ai più come Gumbo Chicken. Circa un lustro fa, in quel di Torino, la nostra decide di redigere un Manifesto per contestare e irridere l’atteggiamento tipico di una categoria di appassionati di cucina. Quale sia questa categoria vi sarà chiaro più avanti. Insieme a due compagni di merende, Ciro9999 e Pumpkin, la nostra completa il documento e lo mette online. Tra i firmatari, seppure con remora, troviamo noti giornalisti gastronomici come Paolo Marchi e Antonio Scuteri.

Leggiamo insieme la versione reloaded per il 2012:

KILL FRILL 2.9 Beta
Manifesto dei golosi antifronzoli

Andiamo al ristorante perché:
— è un piacere,
— è divertente,
— siamo curiosi di assaggiare cose nuove e assaporare cibi gustosi e di qualità,
— ci piace stare rilassati a tavola e goderci il pranzo o la cena chiacchierando con persone simpatiche.

Ci interessa la sostanza, non i fronzoli. Non ci importa:
— se il cameriere si posiziona a destra o a sinistra per servirci
— se le posate sono d’argento o d’acciaio
— se la toilette è grande o piccola
— se ci cambiano il tovagliolo ogni volta che ci alziamo dal tavolo
— se c’è uno stuolo di servitori ossequiosi sempre a disposizione
— se c’è una vedetta a controllare costantemente se il nostro bicchiere è vuoto perché preferiamo tenere la bottiglia di vino a portata di mano, versarlo quando pare a noi e leggere l’etichetta con calma
— se i cuochi passano e si fermano a chiacchierare con noi.

Sappiamo che la soddisfazione e il piacere gastronomico non sono direttamente proporzionali all’esclusività e sontuosità del locale, alla complessità dei piatti, ai nomi altisonanti, alla quantità di ingredienti rari e costosi. Pertanto, se il prezzo è minore, tanto meglio!

— Non facciamo collezione di presenze nei ristoranti più o meno famosi e costosi
— Se prenotiamo un tavolo, arriviamo al locale il giorno e ora stabiliti e se ci sono variazioni le comunichiamo in anticipo
— Non mettiamo il broncio se lo chef fa due chiacchiere con i vicini di tavolo e a noi non ci rivolge la parola
— Non analizziamo ogni particella di ciò che c’è nel piatto, raccontando minuto per minuto via social network preferito, prendendo appunti e scattando foto tutto il tempo
— Non pensiamo che i nostri giudizi abbiano valore assoluto e universale
— Non fingiamo che tutto vada bene per poi lamentarci anonimamente sul web.

In generale, sottoscrivo. Nel particolare, sottoscrivo la voce: “non ci importa se c’è una vedetta a controllare costantemente se il nostro bicchiere è vuoto perché preferiamo tenere la bottiglia di vino a portata di mano, versarlo quando pare a noi e leggere l’etichetta con calma”.

Qui ci giochiamo il futuro della ristorazione (eddai, fatemi esagerare). Firmiamo? Si? No? Ni? La parola ai lettori.

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