di Antonio Tomacelli 8 Maggio 2009

critico_misteriosoQualunque critico che si rispetti riceve regali. Il critico musicale di Repubblica, Gino Castaldo, per dire, da ragazzo l’ho sempre invidiato: io spendevo una fortuna in dischi e concerti lui certamente no. A lui l’ultimo ellepì dei Pink Floyd lo spediva direttamente a casa Roger Waters e pure in anteprima (Ehi Gino, what do you think about?). Fattomi grandicello ho invidiato via via i critici cinematografici e quelli letterari, che ho sempre immaginato sommersi da valanghe di libri. Aggratis. Con questo passato da psicoterapeuta volete che ora mi stupisca per quattro cene offerte ai critici gastronomici? Via, siate seri: ce lo vedete Stefano Bonilli travestito con baffi e naso finto per non farsi riconoscere dai cuochi? Già, i travestiti.

Dico subito che Lapo non c’entra: qui parliamo di giornalisti enogastronomici che, appunto, con abbondante trucco e parrucco, dovrebbero presentarsi in incognito nei ristoranti manco fossero spie dell’intelligence: solo così sarebbe garantita la correttezza dell’informazione, recitano i moralisti di turno, e mi raccomando pagate il conto! Ma davvero siamo convinti che un buon ispettore delle guide debba recensire il lavoro di un cuoco in incognito e senza conoscerlo di persona? Maddai!

Personalmente sono più affezionato al modello del cattivissimo Anton Ego: ingresso teatrale nel ristorante e allo chef tremano anche le mutande. Uno duro, arcigno fino al primo boccone di proustiana Ratatouille, che provoca in lui lacrime di nostalgia. Tornato umano e bambino vuole conoscere il cuoco e si ritrova davanti un sorcio.

“Si ma così facendo lo chef tenterà di compiacere  l'”Anton Ego” di turno portando in tavola il meglio” Direte voi. Se ce la fa, rispondo io. Se il cuoco è una schiappa e i gamberi surgelati, non c’è carineria che tenga: il critico bravo lo capisce. E se il critico è bravo, non basterà una cena a fargli cambiare idea.

Ecco il motivo per cui a me non interessa sapere se il critico paga la cena, come letto in un commento lasciato sul blog di Marco Bolasco (direttore della guida Gambero Rosso)

“Non credo che interessi sapere se il tale libro recensito da Coltroneo (hem, Cotroneo) sia stato regolarmente acquistato… se il disco recensito da Luzzato fegiz sia stato regalato… se il film recensito da Fofi sia stato visto ad una proiezione a inviti o in sala.”

Non so come la pensate voi ma io la vedo così.

Perfino Ruth Reichl, direttrice della rivista americana Gourmet, che si è resa irriconoscibile con decine di travestimenti quando era critico gastronomico del New York Times, oggi ironizza sul suo passato. Guardate il video e capirete.