di Giampiero Prozzo 29 Luglio 2011

La mistica perfezione dei nomi. L’Accanto di Seiano, ristorante del Grand Hotel Angiolieri, sta fisicamente accanto (per i perfezionisti: sopra) alla Torre del Saracino, clamorosa mangiatoia di Gennaro Esposito, uno tra i più clamorosi del campionato chef clamorosi. Relazione che inevitabilmente, proprio in modo automatico, porta con sé paragoni svantaggiosi. Ma vediamolo meglio L’Accanto.

In estate è soprattuto una terrazza, una specie di teatro sul mare che anche in una giornata di tempo bizzoso stronca qualunque tentazione collerica riconciliando con il Creato. Mentre il sole affonda in un bicchiere di Bollicine va in scena la piccola degustazione di olii e di sali, io ho finito pane e i grissini da top ten nazionale e tutto deve ancora cominciare.

Venticinque minuti dopo.

“Tutto bene?” Di solito sposto impercettibilmente il capoccione senza proferire parola. ‘Sta volta esplodo: “sarà difficile mantenere questi livelli”. Per la cronaca, avevo appena mandato a memoria per l’eternità una capasanta arrosto alla menta su patata, semolino al latte e tartufo estivo e ancora prima, un gambero marinato al sale con mela verde e la sua gelatina.

Con il sorriso beffardo di chi sa di vincere facile, il camerire serve lo scampo e l’uovo: minestra di zucchine, i suoi fiori, erbe mediche e patate. Uovo pochè, scampo arrosto al tè, caviale italiano, olio e pepe affumicato. Neanche Vissani quand’era lui.

Voluttà e vertigine. Faccio passare in secondo piano perfino un’incompleta carta dei vini con ricarichi letali, e il servizio premuroso sì, ma un po’ imbranato.

“SARA’ DIFFICILE MANTENERE QUESTI LIVELLI”.
Non vorrei dire: io l’avevo detto, ma ecco, io l’avevo detto. Che mantenere certi livelli era complicato. Scendo con le variazioni di coniglio (ricordavo quelle di agnello, decisamente più riuscite). Vengo giù con i tortelli in farcia di porro e guanciale con astice croccante che la crema di piselli fatica ad armonizzare gli ingredienti. Ruzzolo con la ricciola alla plancia e gambero rosso crudo sale e zucchero dove cavolfiore, aglio, miele, peperoncino, rape rosse e ricci di mare che fin dal nome è un’orda di ingredienti assemblati a capocchia.

L’altra stratosfera, quella che mi aveva accolto con un pirotecnico inizio, torna a dar notizia di sé insieme al predessert: frutta macerata al profumo di menta e miele, con granatina al moscato e gelato al tè verde. Ottimi il babà rivisitato e i petit fours (brillante l’idea di unire in una tartelletta il dolce del frutto della passione e il salato della crema di arachidi) che completano il menu degustazione declinato dallo chef Michele De Leo tutte le sere e la domenica a pranzo per 80 euro.

Incluse discese ardite e risalite.