di Leonardo Romanelli 19 Luglio 2011

I nomi dei locali hanno ancora un senso? Ovvero, leggendo osteria, taverna, trattoria, si capisce dove si sta andando a mangiare? A me, giudicando in base alle poco veritriere insegne, non sembra più. Prendi i cosiddetti “wine bar”, termine che indica allo stesso tempo il vinaio che sguaina lo sfuso scortato da un panino e il costoso ristorante raccomandato dai più vertiginosamente incompetenti tra i miei amici. Come mettere ordine in questo bailamme? Sfoglio qualche libro, l’immancabile Wikipedia, e torno all’origine dei nomi.

RISTORANTE. Ristorante deriva da “restaurer”, cioè ristorare, dal versetto della Bibbia che il primo ristoratore affisse sulla propria insegna: “Venite a me voi tutti che avete fame e sete (di giustizia) e io vi ristorerò”.

OSTERIA. Osteria da oste, termine francese che, a sua volta, arriva da ospite, latino, e indica un luogo dove si ospitava nei luoghi di commercio o di passaggio: si poteva portare il proprio cibo e l’oste forniva stoviglie e posate, oltre a qualcosa da bere e un piatto caldo.

TRATTORIA. Trattoria deriva da “trattare, curare” e quindi dare da mangiare in luogo familiare e semplice negli arredi.

TAVERNA. Taverna da “taberna”, luogo dove si va a bere pagando.

Ora seguitemi, leggiamo i nomi di alcuni ristoranti premiati dalle Guide o citati come esempi di cucina di altissimo livello.

“Osteria Francescana”, “Antica Osteria del Teatro” “Antica Osteria del Ponte”. “Taverna del Capitano”. In questi casi la gloria è tale che è difficile sbagliarsi. Ma se uno legge enoteca, wine bar, cantina, enotavola (ehm, no, questo è un neologismo guidaiolo che non ha attecchito, ohibo!) cos’è autorizzato a pensare? Bella scelta di salumi e formaggi, alcuni piatti freddi e caldi non troppo consueti o di tradizione (la tartare per dirne una, il carpaccio o il risotto).

Poi però i conti presentano gravi disturbi della percezione del “sono un’enoteca, sono informale e conveniente” (a Casa Bleve di Roma 36 euro per un carpaccio di pesce, 25 per la tartare, e bottiglie sotto i 20 euro: zerovirgola).

Allora ci si chiede se è arrivato il momento di fare una classificazione separata all’interno delle categorie. E visti certi conti, cosa dite, quel momento è arrivato?