di Massimo Bernardi 15 Novembre 2011

Settimana scorsa blateravamo che “Come dire” — Mondadori, 209 pagine, 13 euro – è al momento, il libro più vertiginosamente raccomandato ai ristoratori, specie per i due capitoletti che, affabilmente, li prendono in giro: “Articoli per la cucina”, e “L’oste in translation”. Se l’altra volta ci siamo divertiti col primo, elencando gli strafalcioni grammaticali dei menu, oggi è la volta dell’altro, il cui sottotitolo è: Come tradurre i propri manicaretti a uso dei turisti.

A dividere la ristorazione più andante e la conoscenza delle lingue pare esserci una distanza invalicabile. Ora, non sapere parlare inglese, francese, spagnolo, e tedesco non è una colpa per nessuno. Il peccato, e imperdonabile, è non sapere di non sapere una lingua. Se non sapete l’inglese, è inutile fare come Alberto Sordi; se non sapete lo spagnolo non è che potete parlare italiano aggiungendo una S finale a ogni parola. Si può simulare di essere in possesso di molte qualità, ma non si può far finta di sapere una lingua.

E’ quello che invece capita quasi regolarmente con certe trattorie da riviera turistica che offrono ai clienti stranieri un menu tradotto nella loro lingua. Il compito è già improbo poiché queste trattorie propongono spesso piatti tipici regionali: come si dice in inglese buridda, strangolapreti, saòr, cassoeula o sciue sciuè? Se ci si affida a un dizionario bilingue o addirittura al comodissimo, catastrofico traduttore automatico di Google, i risultati potrebbero essere questi:

  • Antipasti freddi di pesce = Appetizers fish-coldly, ovvero: Aperitivi freddamente-da pesce.
  • Cozze alla marinara = Mussel to the Duffle-coat, ovvero Cozza al Montgomery, inteso come cappotto.
  • Pasta al pomodoro = Paste to the tomato, ovvero: Colla al pomodoro.
  • Pasta al forno = Paste to the furnace, ovvero: Colla alla fornace.
  • Penne all’arrabbiata = Pens to the angry one, ovvero: Penne — o, a scelta, matite — a quel tizio arrabbiato.
  • Rana pescatrice al forno con verdure = Pescatrice frog to the furnace with verdure, ovvero: Ranocchia “pescatrice” alla fornace con vegetazione.
  • Birra alla spina = Beer to the thorn, ovvero: Birra allo spino.
  • Contorni = Contour, ovvero: Profilo.
  • Verdure pastellate (che, evidentemente, un errore di digitazione ha trasformato in Verdure Castellate) = Vegetables small castle, ovvero: Piccolo castello di verdure.
  • Patate lesse prezzemolate = Potato read with parsley, ovvero: Patate lette col prezzemolo.

Altre delizie intercettate nei menu sono i “Secondi di carne”, ovvero: According to the meat (conformemente della carne).

  • Cotoletta alla milanese = Cutlet to the from Milan one, ovvero: Cotoletta a quel tizio di Milano.
  • Filetto di manzo ai ferri = Thread of beef to irons, ovvero: Filo del manzo ai ferri, da stiro.
  • Scaloppine a piacere = Cutlet to pleasure, ovvero: Cotoletta fino al — sommo? — piacere.
  • Fiorentina s.q. = Beef special to irons secon quantity, ovvero: Speciale manzo alla seconda quantità dei ferri da stiro.

Gli strafalcioni dei nostri ristoratori sono divertenti ma per “correttezza politica” vorrei proporne di altrettanto surreali commessi da ristoratori e osti all’estero quando propongono piatti italiani. Negli anni passati ho collezionato alcune perle gastronomiche: Pizza di stazione, Agnellotto pesto, Cannelloni alla nonna. La “paglia e fieno alla boscaiola” era stata tradotta poeticamente, pure con la rima, in Straw and hay in the forrester way. Nel leggere il menu, mia madre visualizzava un turista che temeva di vedersi arrivare un piatto di erbe e fieno “alla moda del guardaboschi” e rideva da sola.

Invece nel ristorante sotto casa mia, nel menu compaiono Dots of pig to the oven cioè “Puntolini di maiale (vivo) verso il forno” (anziché Puntine di maiale al forno). Il guaio è che sono pure buoni.

E ancora: Ecuador: Lazana, Caprichosa, Margarita, funggi, onioni o un ottimo jamone de Parma, noquis (leggi “gnocchis”, essendo plurale), suquini, zalami, spageti (o nei casi peggiori anche espagueti) a la volonesa (la bolognese). Dessert: la cazzata siciliana.

A Napoli, il gattò è la pizza o torta di patate. Non è affatto una storpiatura moderna e finto-chic del francese gateau. Deriva sì dal francese, ma più o meno come buatta, che deriva da boite, chiamiamoli regali della storia. Anni fa nel Napoli giocava un calciatore brasiliano di nome Canè: volete che nel suo soggiorno napoletano si sia sempre astenuto dall’ordinare un gattò?

Su di un menu alla voce dessert, ho visto il tartufo al cioccolato diventare Hypocrite to the chocolate. Una gelateria di Pesaro traduceva quaclhe estate fa tutti i gusti in varie lingue: il tedesco per “Tirami su” era Zieh mich auf.

Spettacolo, no? Avete altro da segnalare che Bartezzaghi possa tenere in considerazione per un eventuale e a questo punto opportunissimo numero 2 di “Come Dire”?

[Crediti | Link: Dissapore, Amazon, immagine: Stockphoto]