di Giampiero Prozzo 7 Novembre 2010

“E’ come se un cuoco prendesse i sughi pronti alla Metro per risparmiare tempo e denaro. Ma il lavoro dello chef è crearli i condimenti non comprarli”. Lo ripeto come un mantra per convincermi che un architetto (io) con velleità gourmet (sempre io) non mangia da Ikea, il colosso svedese dell’arredo low-cost. Poi capita che un numero crescente di amici e clienti cicali di ristorazione piacevole e conveniente, loro che, evidentemente, i ristoranti dei famosi capannoni gialloblù li frequentano e con diletto. O che esca un libro oggettivamente bellissimo. Così decido di immolarmi alla causa di Dissapore, provando per i lettori quello che immagino sarà “un rapido tuffo nella cucina svedese” o così almeno recita il sito.

Inizio togliendomi un dubbio assillante. Tavoli, sedie, luci e tutto il resto all’interno del bar ristorante sono già montati e pronti per accogliervi, non dovete mettere mano alla cassetta degli attrezzi. Lo stile del locale è lo stesso del “Grande Fratello” televisivo ma come tutti sanno bisogna ribaltare l’impressione: è il set del reality a essere realizzato in Ikeastyle. La cosa più svedese che incontro è l’organizzazione: pulizia perfetta, rete internet wireless, rapidità e grande attenzione all’ambiente e al più recondito desiderio del cliente, soprattutto se sotto il metro.

L’offerta culinaria spazia dai piatti locali, che cambiano in base alla terra emersa occupata dalla filiale Ikea, ad una piccola selezione di prodotti più o meno “made in Sweden”. Dribblo l’hot-dog in offerta per 70 (set-tan-ta) centesimi, e scelgo piatti poco allineati con la tradizione mediterranea: Salmone marinato (che tranne il ciuffo di insalata riccia da brivido non è male) – Polpette svedesi con salsa alla panna e marmellata di mirtilli, il piatto immagine Ikea, che nemmeno riesco a dimezzare per il numero spropositato di polpettine (15!) e per il sugo, che soccorre la carne tamugna, non lo nego, ma risulta eccessivo da ogni punto di vista – e chiudo con l’unico dolce svedese del menù: un anonimo “princess cake” il cui aspetto non inganna: la Bindi fa di meglio. Innaffio prima con una birra italica mancando stranamente un’alternativa svedese e poi — scelta dettata da puro masochismo — con un caffè svedese.

Col vassoio vado alla cassa e grazie a un sconto del 10% cui non sapevo di avere diritto, me la cavo con €. 13,48. Non pochissimo, penso. Poi mi spiegano che avrei potuto dividere il vassoio in due e tutto torna. Alle 17 il ristorante chiude.

Per gli irriducibili, dopo le casse, il foodshop svedese fornisce tutto l’occorrente per una cena casal(vik)inga. Fai da te appunto.

[Fonte: Spigoloso]