di Sara Porro 17 Gennaio 2014
Chiringuito di Piazza Risorgimento

Dicesi chiringuito un bar sulla spiaggia di una località esotica. Il termine è nato sulle coste spagnole del Mediterraneo, ma ha avuto fortuna ed è stato esportato. A Milano su di esso si basa una delle espressioni feticcio del milanese nevrotico, che sta (o crede di stare) sempre sul confine del burn out.

Quando viene convocato a una riunione schedulata per le 17:30 di un venerdì, egli dice ai colleghi: «ah, ma un giorno mollo tutto e apro un chiringuito a Formentera».

Per estensione, si può definire chiringuito qualunque locale, seppur cittadino, che abbia caratteristiche comuni con un chiosco sulla spiaggia: ad esempio un bar senza mura, collocato in uno spazio verde, aperto solo nella stagione estiva.

Ma in piazza Risorgimento, quieta zona semicentrale di Milano, residenziale e borghese, c’è un chiringuito aperto tutto l’anno. Mentre scrivo sono le 19 di una spaventosa giornata invernale, a Milano ci sono 4° e quella pioggia sottile che penetra nelle ossa e nei pensieri, e quello è aperto, trasmette musica caraibica senza convinzione. Dietro al bancone c’è un giovane intirizzito.

Il chiringuito dà direttamente sulla strada, dove il traffico dell’ora di punta scorre frenetico dietro alle spalle dei due avventori che in questo momento siedono sugli sgabelli del bancone. Sul lato opposto c’è la piccola area verde, redolente di deiezioni canine, dove tutta la zona 3 porta i cani a passeggiare. Immaginarsi a Salvador de Bahia richiede uno sforzo di autosuggestione non inferiore al credersi inseguiti da uno sciame di api dopo essere stati ipnotizzati da Giucas Casella.

Dietro al bancone c’è una piccola area recintata con tavoli e sedie. Per tutta la scorsa estate, questo spazio è rimasto chiuso, delimitato da un nastro dei vigili urbani: sottoposto a sequestro. Anche in quel caso, nastro o non nastro, il chiringuito era rimasto aperto: ci si sedeva solo al bancone. (Di quale colpa si erano macchiati i gestori del chiringuito? Che ne so. Dovrei informarmi prima di scriverci sopra un articolo? No: questo post non offre risposte. È un viaggio nel grande mistero che circonda il chiringuito).

Altri fatti salienti del chiringuito di Piazza Risorgimento: io ci abito vicino, e ci finisco con allarmante regolarità per il bicchiere della staffa. Funziona così: esco da un locale con l’idea che tornerò dritta a casa, e poi vengo attirata, nel buio della notte, dall’accattivante display multicolore di bottiglie di superalcolici e birre da supermercato.

Perché il chiringuito di Piazza Risorgimento chiude alle due anche a gennaio – e niente mi toglie dalla mente che se solo Ligabue l’avesse saputo il testo di Certe Notti avrebbe preso tutta un’altra piega.

Oltre a svolgere un importante ruolo di fornitura notturna di alcolici, costituisce per me anche un benchmark del livello di squallore con cui mi trovo a mio agio (“Per il chiringuito di Piazza Risorgimento, con amore e squallore”, sarebbe stato un titolo alternativo per questo post, ma qui gli editor maltollerano i miei vezzi letterari).

Un’estate, ad esempio, finii lì con uno, poteva essere il terzo appuntamento. Nell’aria aleggiava l’ingombrante domanda: torneremo a casa insieme? Nel frattempo indugiavamo ordinando Corona (birra spaventosa, ma quando la selezione è puramente industriale la considero la cosa più indolore, ci metto pure la fetta di lime). Il barista mi chiese: “Mai stata in Messico?” “Mai” dissi io. “E portacela, no” replicò quello, in direzione del mio accompagnatore. Scese un profondo silenzio.

Chiringuito di Piazza Risorgimento

In quel momento capii che il chiringuito di piazza Risorgimento sarebbe stato lo scenario più esotico del nostro rapporto, che nonostante le lucine, le birre e la notte calda distavamo l’uno dall’altra quanto Piazza Risorgimento dalle spiagge di Koh Samui.

Lasciai la mancia al barista e procedetti a una rapida ritirata verso casa.

[Crediti | Immagini: Corriere.it]