di Stefano Caffarri 8 Marzo 2010

Remy il topo-chef del film Ratatouille

Breve riassunto delle puntate precedenti. Dopo aver mangiato al ristorante vegetariano Joia di Milano, il cronista gastronomico del Corriere della Sera, Valerio M. Visintin, ha frantumato nel suo blog la cucina dello chef “stellato” Pietro Leemann. Dissapore lo ha ripreso, approfittandone per chiedere ai suoi lettori un parere sul locale milanese. Poi è arrivata la soave risposta di Pietro Leeman ma non sul blog di Valerio M. Visintin, bensì su Dissapore. Tempestiva contromossa del cronista, che si è appropriato della risposta replicando nel suo stile allitterato. Ora, io non sono mai stato al Joia, e al più presto vorrei colmare la lacuna. Riconosco di essere piuttosto prevenuto nei confronti dei vegetariani che ti guardano con la faccia di quelli nati nell’anno dei più furbi, un altro buon motivo per andare. Prima provare, poi parlare.

Ho letto dieci volte i post di Valerio M.Visintin sul Joia, e ho trovato che fossero le più brillanti prestazioni di scrittura gastronomica dai tempi di Petronio, e dire che dal Satyricon son passati due millenni. Prove di vero spessore letterario prima ancora che giornalistiche, scritte attraverso i registri della satira, dell’ironia e dell’invettiva. Tra l’altro con una spregiudicatezza che non siamo più abituati a vedere. Il cronista ha passato una pessima serata e lo ha raccontato con una verve caustica e acuminata. Gli muovo un solo addebito, un grave fallo di confusione. Ha confuso il ruolo di Leemann—cucinare—con la persona di Leemann. La critica della cucina di Leemann può avere quasiasi livello di profondità: ma la persona Leemann non è oggetto di discussione. Faccia quello che vuole, basta che mi metta nel piatto cose sane e buone, altrimenti non potremmo più ascoltare “Bitches Brew” di Miles Davis perchè non era un colosso di moralità.

Ho letto dieci volte la risposta di Pietro Leemann, trovandola insolitamente ragionevole. Lo chef ci ha risparmiato la solita tiritera del cosavuoicapiretudicucina che ci piove addosso ogni volta che diciamo male di un posto, e ha chiuso con una certa signorilità invitando Visintin nel suo ristorante. Ma devo muovergli un addebito, un grave fallo di confusione. Ha confuso il proprio ruolo con la propria persona suggerendo al giornalista di conoscerlo meglio, di conoscere la sua filosofia, la sua storia, il suo percorso umano intellettuale e professionale per comprendere i suoi piatti. Su questo non lo seguo: non ho bisogno di fidanzarmi con Laura Pausini per affermare a gran voce che la sua musica è del tutto irrilevante dal punto di vista artistico, e non mi interessa granchè di sapere nè della sua etica, nè della sua estetica. Dilungarsi nell’esegesi di piatti che non sono piaciuti mi suona un po’ come spiegare le barzellette quando nessuno ride, non serve a nulla. Anzi, lascia a mezz’aria un silenzio solido e imbarazzato.

Mi resta la curiosità: andrò al Joia pur essendo sinceramente scettico sul vegetarianesimo e i suoi fratelli, e, ovviamente, pur non essendo d’accordo con lui quasi su nulla, continuerò a leggere Visintin. Le stroncature portano clienti.