di Marco Lungo 2 Novembre 2010

Quando in pizzeria capitano certe cose, solo il cuore algido di un robot può rimanere emotivamente distaccato, infatti io, che robot non sono, m’incazzo. E scusate la franchezza. Poi lascio correre, non sono un tipo vendicativo, ma mi accorgo di tollerare certi svarioni sempre un po’ di meno. Sarà l’età, cosa volete. Il problema è che questi errori uniscono in una specie di campionato italiano delle figure da chiodi pizzerie al piatto, al taglio, locali modesti e di qualche pretesa. Vediamoli argomento per argomento.

Le posate. Le posate di plastica che basta uno sguardo per piegarle neanche fossimo Uri Geller (per chi se lo ricorda) sono un classico. La pizza nel piatto o sul tagliere è calda, la plastica fonde, possiamo per favore lasciare quelle posate alle festicciole delle medie? E visto che ci siamo, il cameriere che cala il mucchio di posate al centro del tavolo lasciando il compito di dividersele ai commensali (e non si capisce perché, ma ne manca sempre qualcuna) non potrebbe semplicemente distribuirle? Basta un minuto.

I tovaglioli. La pizza è calda, a volte caldissima, è giusto così, il calore valorizza i sapori. Ma quando ne porti alla bocca un pezzo dal quale gocciolano olio, acqua e mozzarella, il tovagliolo è la tua unica certezza. Perché continuo a trovare tovaglioli di carta che non assorbono? Avete capito quali? Quadrati, bordo merlettato, di una carta che respinge perfino all’acqua, praticamente una pista senza chicane verso la tua cravatta. Sono simili ai tovagliolini delle pasticcerie, e chiunque di voi abbia provato a mangiare una bomba alla crema senza sporcarsi mani, bocca e vestiti, sa di cosa parlo. Menzione d’onore per i tovaglioli dei dispenser pubblicitari. Prendete quelli di una nota marca di bibite gasate, hanno una capacità di assorbimento che dopo il primo morso te li sei giocati tutti.

E in pratica, ancora non abbiamo iniziato a mangiare.

I bicchieri. Almeno prima fateci bere. In Italia siamo pazzi per la birra artigianale, una fortuna, intendiamoci. E’ buona in modo sorprendente, i birrai lo sanno e la vendono cara. Beh, cerchiamo di valorizzarla, non servitemi una bottiglia di Reale del Birrificio del Borgo nel bicchiere di plastica. E magari, se la data di fabbricazione del bicchiere, piccolo (50 ml), svasato, che trasuda silice, non risale all’inizio del secolo scorso, è anche meglio.

L’Antipasto. Questa è una cosa tipica delle pizzerie romane. Nei menù l’antipasto è suddiviso pezzo per pezzo, ma non appena il cameriere capisce che le scelte dei commensali sono diverse fra loro, mette tutti a tacere con un risolutivo: “Allora ci penso io! 3 fritti misti senza baccalà, 4 fiori e 5 supplì”. Al suo imperativo, guarda caso, corrisponde un fritto prelevato dal reparto “Lapponia” del frigorifero, buttato frettolosamente nella friggitrice, con il blocchetto del formaggio dentro il supplì ancora gelato come un igloo.

Piatti. Vi risparmio le critiche alla pizza, ne abbiamo già parlato, ma per quella servita nel piatto metallico posso fare un’eccezione. Il piatto di metallo è una contraddizione in termini, serve una petizione, Dissapore, consideraci!

Non vado oltre, voglio lasciar spazio ai vostri commenti, anche perché son sicuro che ognuno ha le sue. Allora, quali sono le cose che in pizzeria, ma in genere nei locali, vi fanno incavolare come una bestia?