di Stefano Caffarri 23 Gennaio 2010

Una trattoria

Va fatta la prova: di entrare in una di quelle trattorie che d’inverno s’appannano i vetri per il fiato degli avventori e guardare le facce. Bocche larghe di risate e di pietanze, gote rubizze di felicità e di vini grossi, voci schioppetanti di saluti e ciao e come stai. Arrivano le minestre e gli avventori si avventano – da cui deriva il nome dei suddetti – con le forchette spianate, avvolgendo covoni di tagliatelle inondate da alluvioni di ragù. E s’abboccano manate di ravioli, con il pane per fare la scarpetta, il formaggio che nevica sui piatti senza ritegno.

Le signore addobbate con i golfini dell’Oviesse premono i loro prominenti pettorali sui tavoli facendosi spazio nei piatti di lesso con la salsa verde e di polenta con il coniglio. I signori con i loro gilè gialli si muovono faticosamente tra i tavioli molto vicini, sfregando il cavallo dei pantaloni sulle spalle dei commensali, o più raramente negli angoli del tavolo.

Eppure tutti hanno la faccia di chi sta bene: stanno bene mentre l’Ostessa la tira lunga con i primi piatti, o con i salumi della casa. Stanno bene mentre la ragazza di sala, una straniera che ha già imparato i nomi dei piatti in dialetto, cerca di comprendere il biascichìo della mamma della mamma, così avanti cogli anni che fatica a governare la protesi dentaria ma ride tanto quanto senza curarsi troppo. E sgombera i cappelletti in brodo, e pure l’arrosto misto con patate al forno.

No, le pietanze non sono buonissime: sono solo come le avrebbero fatte la maggior parte di noi, ma usando tutte e due le mani. Ma per oggi non s’aveva voglia di stare in casa e portiamo la vecchia fuori e i bimbi a mangiare i tortelli. Perchè anche i bimbi stanno bene, che si muovono un po’ attorno ai tavoli, fanno mimì e cocò ma in fondo sono bimbi e vedrai che quando arriva la torta vengono a tavola, eccome se vengono. E stanno bene i papà che passano alla cassa e lasciano qualche foglio da venti, senza fratture al gomito o lesioni al tendine: per oggi abbiamo mangiato e ben bevuto al caldo serviti e riveriti, ed ora a casa a guardare la tìvi che c’è la Ventura e Pippo Baldo. Ecco, me ne esco dalla trattoria con gli occhi pieni di quelle facce divise a metà da sorrisi bislacchi e versi felici, non di rado ebbri.

E me la porto con me quando entro nel ristorante con i colori pastello, le luci puntuali puntate sul centro del tavolino piccolino apparecchiato con il calibro. Le ho davanti mentre vedo i tavoli distanti dieci chilometri l’un l’altro, avvolti da un’atmosfera opalescente, in cui i camerieri si muovono come astici in un acquario e parlano sottovoce piegando la testa di lato.

I radi ospiti stanno rintanati nei loro coni d’ombra, avvolti nei loro maglioncini cascmir e nelle loro facce da un milione di euri, evitando accuratamente di sorridere che essere tristi e seri è molto più snob. Vuoi mettere? Sto qui in un angolo ad annusare il mio piatto – sentore di verbena – e a riflettere, con un ardito esercizio intellettuale. Poi assaggio un angolino della piramide color malva che ho davanti, strizzandolo tra il palato e la lingua e faccio l’espressione concentrata e assorta.
C’è silenzio in sala, musica del quattrocento che fa plin plin dai diffusori nascosti, nemmeno i tappi del vino spumante fanno bum, che non si può. Tensione, stanchezza, abitudine. Distacco. Mai un gridolino di felicità che fa tanto periferia, mai un’effusione che fa tanto provincia: al massimo al tavolo a fianco sentirai il calciatore offendere la wannabe modella fino alla settima generazione perchè non ha portato il suo Jack Russel dal veterinario.

Ma per un grammo di felicità, ommamma, dovrai cercare a lungo, perchè in troppi si sono dimenticati che al ristorante, anche in quello bello, si va per godere, e non per dimostrare che si è superiori alla gioia di una forchettata di piacere puro.

Immagine: Flickr/matteobalboni