di Adriano Aiello 26 Maggio 2012
Ventimiglia, mercato,

A volte è bello essese “slow”. Anche se per coercizione. Mi spiego: la mia settimana abbondante a Cannes doveva concludersi ieri, ma lo sciopero francese delle ferrovie mi ha costretto a una giornata in più al festival. Anche ieri la situazione non era migliore, tanto che solo lo scrupolo di valutare la situazione al risveglio mi ha permesso di prendere solo il treno per Ventimiglia della mattina, in anticipo sulla mia tabella di marcia.

Mi sono perso il recupero di Reality di Matteo Garrone ma è stata la mia personale maledizione del festival, visto che già in tre precedenti occasioni non sono riuscuto a vederlo. Peccato che l’arrivo a Ventimiglia con questa soluzione d’emergenza precedesse di tre ore uno dei due soli Intercity per Milano della giornata, quello delle 14.58. E fare 74 cambi per raggiungere la destinazione alla stessa ora mi sembrava demenziale.

Il primo pensiero (ansiogeno) verso lo spreco di tempo e la mole di lavoro che mi attende è stato “cerchiamo un posto tranquillo dotato di wireless e lavoriamo sgranocchiando qualcosa”. Il secondo pensiero (quello vincente) è stato “sguinzagliamo le proprie conoscenze per farsi dare un dritta dove mangiare bene a Ventimiglia”. La gola vince ed ecco che alle 12.30, dopo essere passato per il sontuoso mercato di Ventimiglia (davvero bello e ricco) ero già a leggere il menù a “La Caravella, a 500 metri dalla stazione.

E’ stata la scelta giusta, specie dopo aver visto alcuni stranieri in rigorosi calzoncini e ciavatte sedersi davanti a me un’ora dopo, bramare la password per il wireless prima di ordinare, richiederla con solerzia 10 minuti dopo aver chiesto quattro bistecche con patate fritte e un bianco alla cieca per poi allungarlo con l’acqua. Sono i momenti in cui pensi “Barbari! Non è un fatto di tradizioni locali, è un fatto di civiltà. Io riconosco che fai le discariche più belle del mondo, tu riconosci che non sai mangiare” (cit.)

Alla caravella si mangia bene, si spende il giusto e il servizio è ottimo e anche portato al confronto, che per un attitudine “slow” come quella mia di oggi ha il suo peso. La carta dei vini manca un po’ di coraggio ma è più che rispettabile. Prendo un Greco di Tufo Cutizzi, lo trovo troppo perfetto (bel naso, ottima beva ma alla fine un po’ anonimo). Scoprirò successivamente che è un tre bicchieri della Guida del Gambero 2011. Tutto si spiega e mi faccio pat pat sulla spalla.

Tra gli antipasti mi tentano le frittelle di baccalà. Mi informo se sono in pastella. Ovviamente mi rispondono di si, non voglio andarci pesante e prendo un carpaccio di pesce lievemente affumicato. Niente di avveniristico ma è’ buono e si presenta bene. Intanto passano per la sala secchiate di fritture di pesce e dalla frequenza delle comande deduco siano un must del ristorante. Ma io voglio un primo. Dopo 8 giorni in Francia VOGLIO LA PASTA. Sì, sono un italiano medio.

La pasta alle vongole (mio must) sfoggia le veraci e io sono un tellinaro quindi, visto che specie oggi sono tradizionalista scarto i paccheri allo stoccafisso e mi butto sullo spaghetto ai frutti di mari. Poi scopro che nel menù del giorno c’erano anche le telline. Non bestemmio perché oggi sono “slow”. Faccio bene perchè mi arriva un primo perfetto per cottura, quantità e qualità degli ingredienti. E per leggerezza (senza vasche d’olio ad minchiam per capirci). Le cozze poi, per cui non vado manco matto, sono davvero notevoli e la quantità di pomodoro per legare il tutto è quella che comunica sapienza.

Il vino finisce, il cielo si copre, la minaccia di pioggia è immanente. Eddie Vedder in cuffia (riscoprite la soundtrack di Into the Wild che è da ovazione) e via verso il fatidico treno dal quale scrivo. E’ andata bene così.

[Crediti | Immagine: Flickr/Dingobear]