di Stefano Caffarri 5 Giugno 2010

Mi capita ogni volta che leggo quegli scontrini fiscali che riportano ancora la doppia valuta: in euri, e in lire. Mi si ferma il sangue, perchè la cifra in lire è un boato. Un capogiro.

Se poi succede alla fine di un pasto modesto l’infartino è alla portata. E’ capitato nei giorni scorsi, alla fine del pranzetto in una trattoria persa nella pianurka. Si sta bene sotto la barchessa, il cibo è chiamato casalingo, ci sono tante bottiglie.

Con la famigliola (2 PEU + 2 EU) prendiamo: due salumi eccellenti (as usual), due primi uno sì e uno no, due secondi bislacchi e due caffeini. 116 euri.

224.000 lire d-u-e-c-e-n-t-o-v-e-n-t-i-q-u-a-t-t-r-o-m-i-l-a-l-i-r-e.

Mi è venuta una falangite solo a digitarlo.

E’ poco, è tanto, mah. Il rapporto soldi/felicità è medio, tornerei magari a farmi una bottiglia con un primino e pedalare.

A pranzo, il due di giugno, era pieno dentro e fuori, parcheggio fitto di BMW eccetera. Perchè sono proprio questi i posti che si riempiono: l’oste straripante che ti da del tu d’acchito, la cucina di sicurezza, magari due propostine di pesce che fa tanto cosmopolita e il gioco è fatto. Spendi poco: 35, 40 europei, ma anche perchè le porzioni sono cavalline, e i classici quattro piatti li mangerebbero solo Gargantua e Pantagruele. Già a fare i conti per bene quattro piatti sommerebbero già quaranta, più il coperto l’acqua il caffè: cinquanta. Ed ecco scattare l’allarme rosso.

Lo vedo nelle facce degli amici che ripongono nel cibo una quantità normale di lussuria: se parli di spendere oltre i 50 strabuzzano gli occhi, affannano la respirazione, cercano un sostegno su sui poggiare il polso calzato da nobili cipolle da seimila euri.

Niente da fare: per tutto il resto del mondo esclusi i ficcanaso gurmè la somma ideale da spendere a tavola è trentacinque.

Non importa cosa c’è dentro il piatto: ma deve essere molto pieno, e possibilmente essere portato in tavola da una signora che assomiglia alla mamma. Perchè Si mangia come a casa. Se passi il cinquanteca – la sottile linea rossa – e magari nei piatti c’è qualche svolazzo con la salsa, o peggio: se le porzioni sono normalmente moderate ecco che al grido di “Nouvelle cuisine! Nouvelle cuisine!” legioni si getteranno a terra piangendo le mieserie del Bangla Desh. Eppure i ristoratori dicono che ormai si tratta di un fenomeno antroposociologico: lui e lei, un antipasto, un primo o un secondo, un dolce in due. Magari un calice alla mescita, e poi via a lamentarsi del conto.

Ma siamo rimasti solo noi, che ci si inumidiscono gli occhi con quelle belle Degustazioni da otto assaggi, più il pre il post e l’infra?