di Leonardo Romanelli 4 Dicembre 2011

Roma: metti una sera a cena da uno chef tedesco. No, non quello. Contagiati dal ripetitivo aggettivare dei giornali ormai pensiamo subito ad Heinz Beck, chef de La Pergola. Beh, non lui, l’altro. Inverti l’ordine dei fattori e il prodotto non cambia. Va così anche in cucina, l’aria capitolina evidentemente fa bene ai cuochi tedeschi. L’altro è Oliver Glowig, che dopo essersi accasato all’Aldrovandi Palace è tornato così desiderabile che il passaggio a vuoto del Poggio Antico, ristorante in Montalcino, è cancellato.

Come ha confermato l’approdo alla doppia stella della Guida Michelin, piccolo gioco di prestigio già riuscito allo chef al ristorante dell’hotel Capri Palace: l’Olivo.

Si entra all’Aldrovandi, nel senso dell’albergo, per scendere subito in una sala grande e luminosa che una vetrata separa dal giardino interno. La confusione romana è alle spalle. La prendo per una manifestazione d’affetto, la più gradita che sia possibile immaginare. Due i menu degustazione dedicati alle figlie di Glowig, “Aurora” a 90 euro e “Gloria” a 110.

Oliver Glowig è una di quelle rare persone cui senti di voler bene per le cose che cucinano, anche se si è abbastanza adulti da sapere che nessuno somiglia davvero alle cose che cucina. Prendi la testina di vitello croccante con salsa di pera alla senape e scalogno all’aceto di Barolo. Equilibrio perfetto. La pasta e fagioli con cotiche al profumo di mare è più buona di quanto sia diritto di qualunque piatto essere. Chiudo con l’arancia speziata al melograno con gelato di lenticchie gialle.

Servizio e cantina meticolosamente curati da Matteo Trolese, lucido, appassionato e garbato insieme, attento a non fare scelte ovvie per la carta dei vini, abbordabile e non sconfinata. Selezione di champagne di Oliver e poi attenzione ai vini del Lazio.

Alla carta, tre portate 100 euro.