Sempre più in alto | Ristorante La Piazzetta

Borreula

Non ho la minima idea di quale sia il motivo che ha spinto un Altoatesino dal cognome che pare un’onomatopea da fumetti dei Peanuts a trasferirsi quassù, ma ho una certezza: dovendo scegliere una dimora, Walter Stuerz non poteva venire altro che sulla vetta di Montevecchia, vista lunga fino all’orizzonte. In cima alla salita che stuzzica e spaventa l’anima ciclistica, una specie di rampa di lancio archivoltata catapulta sulla piazzetta dove – appunto – si apre il discreto ingresso del locale, tra le luci gialle di una sera che solo il calendario chiama d’autunno. Ascolterai la sua voce pacata, ritmata da un accento felpato non ancora del tutto disperso, ma soprattutto quella cura nella scelta delle parole che è una specie di balsamo dell’anima nei tempi in cui le parole sono spese come bazzecole.

L’ascolterai raccontare i giacimenti in cui scava per mettere sul tavole piccole pepite, come quella borroeula che non sarà facile da dimenticare: una similitudine della pasta di salame ma lavorata esclusivamente a mano per ottenere una consistenza simile al velluto, seducente sugli arancinetti a cubetti. O la mortadella di fegato, emergenza rara e impegnativa tanto s’attacca al palato il suo sapore, che per lenirlo t’occorrerà più di un sorso dei vini selezionati da piccoli produttori da mille bottiglie. Racconta di questo macellaio che chiama i maiali per nome e che non ha nessuna intenzione di aumentare le produzioni, anche di fronte a una domanda arrembante. O di quei vignaioli che fanno questo temerario Sauvignon secco come una bacchettata ed aromatico come dev’essere.

Ma potresti salire quassù solo per i ravioli di coniglio e cavolo nero, nappati di crema topinambour e sugo d’arrosto: esatti e fermi, privi di qualsiasi incertezza che ti vien solo di dire, Buoni, perdiòniso. Sono buoni, buoni e basta, senza gridi e senza urli ma con un coro di sussurri che ti rilassa e ti regala un sorriso smisurato.

Non temerai alcun male, almeno se non salirai quassù su due ruote: nessun meticciato tirol-lombardo ma una linearità espressiva che si compone di una semplicità che non è mai semplificazione. Come nel travolgente gelato di castagne con il mosto cotto, due sapori, due colori. E si compone dell’opera di Riccardo Crepaldi, classe ’77 e profilo andaluso, che raggiunge il risultato lavorando per sottrazione.

Non avrai fuochi d’artificio sulla cima del colle di Montevecchia: ma a volte il meno può essere anche meglio.
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La Piazzetta
Largo Maria Gaetana Agnesi
Montevecchia LC
t. 0399930106

www.ristolapiazzetta.it
Quattro piatti dalla carta vanno sui 60€. Non c’è una Degustazione, ma si può concordare un percorso d’assaggi
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Stefano Caffarri

23 dicembre 2009

commenti (5)

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  1. v. ha detto:

    Con il sorriso stampato dagli evocati ricordi di gioventù, già bisciavo su per l’erta di Montevecchia, già dimenticavo il rosmarino e i formaggini per immaginare ravioli di coniglio e mortadella di fegato.
    Poffarbacco, tutto avrei potuto aspettarmi in chiusura, tutto tranne una citazione di Vladimir Il’ič Ul’janov :)))

    Saluti

  2. Il macellaio della Borroeula è Carlo Casati da Merate, per la precisione la frazione Sartirana, dominata da una delle chiese più brutte mai costruite da mano umana (è firmata dall’architetto Botta, per la cronaca).
    La Borroeula, prima che essere “semplicemente” la pasta di salame, era un vero e proprio piatto: pasta di salame avvolta in carta oleata, e poggiata su un altro foglio di carta oleata ricoperto di fettine sottilissime di patata. Si avvolgeva poi anche con questo secondo foglio, ottenendo un fagottone che si metteva a cuocere sotto la cenere, con le patate che cedevano umidità alla pasta di salame, e la pasta di salame che cedeva grasso alle patate. Per metonimia, oggi Borroeula è semplicemente quella pasta di salame specialissima fatta dal Carlo Casati, che peraltro fa pure una bresaola sensazionale con mucche limousine (mi sembra) allevate in un paese oltre l’Adda, a una decina di chilometri da Merate.
    Potrei anche raccontarti dei vini brianzoli della nuova generazione di giovani produttori. O dei formaggini di Montevecchia che la famiglia Maggioni produce a 300 metri dalla Piazzetta. O del salame divino del citato Casati, e di quelli strepitosi fatti a Lomagna dai Ghezzi e dai Ravasi; del panettone di Comi; del pane sublime del Longoni di Carate Brianza; delle lumache sempre di Carate Brianza; della vera luganega monzese del Viganò di Verano Brianza; di quell’altro salame spettacolare che fa, a qualche decina di chilometri, Italo Ratti di Costa Masnaga, Brianza comasca; del miele grandioso di Mandelli di Concorezzo, o di Fumagalli di Colle Brianza; del Prosciutto Marco d’Oggiono, un crudo fatto senza un additivo che sia uno.
    Per fortuna che la Brianza sarebbe solo imprenditoria e un deserto gastronomico… Chi ci vive e ha pazienza di cercare sa che non è così.

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