Non è questa la prima volta che si parla dell’argomento e non sarà certamente l’ultima: come si misura un ristorante? Per essere più precisi, in questo mondo abbacinato da una abominevole visione quantitativa, come è possibile rendere oggettivo il più soggettivo dei sensi, e cioè il gusto? La citazione è facile, già nel medioevo i dotti si facevano terzi rispetto ad un giudizio, con il famoso De gustibus. Oggi invece, nel mondo numerico zero-e-uno, ci si aggrappa alla sintesi, alla scorciatoia del voto, del punteggio, delle icone e dei pittogrammi: e vai di forchette cucchiai margherite cappelli, decimi ventesimi centesimi e trentaduesimi.

All’epoca dei primi spreadsheet nei primi Personal Computer, da cui ero stato folgorato di un amore sciocco ed entusiasta, mi ero preparato una scheda in cui “numeravo” tutto ciò che accadeva durante il pasto: le portate, il vino, gli attrezzi, i bicchieri, le stoviglie, la faccia dei camerieri, l’arredo, la simpatia dello chef, la disponibilità e la vastità della lista dei vini. Poi rapportavo il tutto mettendo il prezzo al denominatore, ottenendo così un indice puro. Peccato che non ci fosse verso di renderlo omogeneo: nonostante le più varie ponderazioni, gli algoritmi e i logaritmi, restavano numeri sballati, che non interpretavano il reale rapporto tra la felicità e i soldi.

Perchè in fondo di questo stiamo parlando: di quale sensazione di felicità mi porto via da quel ristorante, e in cambio di quanto del mio amato denaro l’ho ottenuta.

D’altra parte anche se – come alcune guide assai conosciute sostengono – mi occupo solo della qualità di ciò mi viene ammannito nel piatto, è certo, provato e assodato che una buona predisposizione d’animo favorirà un giudizio positivo, così come la faccia di tolla di un cameriere potrebbe guastare l’umore anche di fronte ad un capolavoro di Escoffier.

L’eseprienza al ristorante si compone di tanti ingredienti, del resto stiamo appunto parlando di un luogo il cui nome contiene la stessa essenza della sua funzione: ristorare. Che non significa sfamare, o saziare, ma – appunto – restaurare, nel fisico e nel morale. Perciò, inevitabilmente la sensazione generale di felicità sarà composta dal gusto dei piatti, ma anche dalla comodità delle seggiole, dalla disponibilità del personale, dalla musica di sottofondo, dalla distanza dei tavoli, dalla qualità degli altri avventori, e sarà inevitabilmente messa in gioco dal numerino scritto in fondo a destra. Non tanto relativamente al quantum, ma piuttosto al modus: irritano i balzelli, i costi non previsti, le furbizie, gli accattonaggi ragionieristici.

Un conto adeguato, ma soprattutto aderente alle attese del tipo io scelgo quel che voglio, pago quel che scelgo ti farà pensare che un locale è costoso, ma non che è caro. Come del resto il conto più onesto del mondo non allevierà quel senso di pesantezza allo stomaco che ti hanno lasciato le ascelle pezzate della cameriera, o l’afrore maschile del someliè.

Oppure no, e un metodo oggettivo per misurare la felicità esiste. Qualcuno lo conosce?

Immagine: La nostra ruota

commenti (7)

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  1. Avatar p. ha detto:

    Non so se esista la formula della soddisfazione, credo però che per me esista una formula dello sconforto, oltrepassata la quale mi risulta difficile ripensare con piacere al pasto consumato. Potrei quantificarla così:
    Conto ristorante/persone > (stipendio/30)*2

    😉

  2. hai espresso molto bene quello che io avevo tentato di dire di open colonna su scatti di gusto. il grado di soddisfazione è soggettivo.

  3. Avatar latinorum VS facebook ha detto:

    esiste un metodo oggettivo per misurare la felicità?


    io conosco solo il repetita iuvant, ma sarebbe la morte dei socialnet: oggi la rece tra un paio d’anni ritorno, ma intanto la rece, sappiamo poco di tanti risto (la socia di Viviana Varese lavorava al mercato ittico? l’intro su Alice è bell’e pronta!) ma abbastanza sulla vita degli chef (io per assurdo so per chi vota Daniel Facen), oggi è difficile essere solo un cliente curioso dato che più nessuno vuol essere *amico di nessuno* e quasi più nessuno, io per primo, si impunta ri-ri-ri-provando in proprio…

    ieri sera sono uscita a cena sia per festeggiare una data importante (indianoni a raffica) sia per valutare un locale dove portare una decina di amici che scendono a Roma dalla lontana Padania. Nel locale c’ero già stata parecchie volte, riportando sempre una sensazione di strana estraneità: quella di essere “il tavolo 4”, ospite che c’è o non c’è poco ne cale, ma ieri giuro che ci sono tornata proprio col desiderio di ricominciare da capo. Mi sentivo amichevole, ben disposta e allegra. Volevo starci bene: ero sicura che sarei stata bene, non potevo che starci bene.

    […] Alla fine con un vino da 23 euro, acqua pane e un caffè, abbiamo speso 135 euro. Che per me è un prezzo altino, considerato che a parte una buona pappa al pomodoro offertaci all’inizio non c’è stata una sola di quelle coccole ormai presenti in tutti i risto di pari livello e prezzo: non una piccola pasticceria, non un bicchiere all’arrivo, niente. Ma sapete cosa mi ha fatto davvero sentire una cliente di serie b?

    continua su think-oink.com

    morale: ccccr e amici della padania ospitati da Roscioli, punti di vista che vorrei leggere
    su Dissapore e non dovermeli andare a cercare su forum di nicchia, amichevoli o defunti.

    1. Avatar uh, correggo ha detto:

      ccccr e amici della padania dirottati da Roscioli


      ora è più chiaro: questione di forma e manie di tabulazione,
      lurko il caso da anni figurati se non lo conosco a menadito.

    2. Avatar più chiaro? mh ha detto:

      insomma: so che quegli amici ceneranno da Roscioli e non da Arcangelo