di mauro _zz 7 Febbraio 2012

Quando mi ci mandano di solito ci vado. Quindi ho brigato del mio per organizzare una cena frugale a Dublino con (caspita) 4 colleghi da Marco Pierre White, che ho descritto ai compagni di serata come una “steak-house di un certo livello”. Mi ci ha mandato il fido Bob, aggiungendo che è uno dei pochi posti mangiabili in centro. A Dublino, che e’ una citta’ molto brutta.

La serata si e’ ben prestata dopo una settimana luuuuunga di lavoro inteeeenso in periferia. Periferia di Dublino, che è una città molto brutta con una periferia molto meno brutta. E comunque non bellissima.

Funghi e lampade abbronzanti fuori dalla porta per i fumatori, piccola veranda e fila (lunga) di taxi davanti.

Casino d’inferno dentro, roba che al confronto al Pont de Ferr pre-stella Michelin (dallo chef Matias Perdomo a Milano) si sarebbe potuta pregare tutta la novena. E accostarsi al sacramento anche.

[Inizio non breve inciso] C’è stato un tempo in cui Marco Pierre White non era ingordo, vagamente pingue e rosso in viso. C’è stato un tempo (circa 1995) in cui il ragazzo prestato da una madre italiana al paese più indifferente al mangiar bene, aveva radicalmente trasformato l’esperienza più noiosa che si potesse immaginare: i ristoranti di Londra. Ricavandone in cambio, lui povero in canna, ma ardito innovatore sempre in preda a raptus creativi, la gloria, la soddisfazione di avere allevato rockstar come Gordon Ramsay e un patrimonio valutato intorno ai cento milioni di euro. Poi, quando era ormai un marchio quotabile in Borsa, l’ultima cena prima di appendere il mestolo al chiodo. Il concerto d’addio preso d’assalto dai fan nella Oak Room dell’ Hotel Meridien. E una congrua manciata di ristoranti a suo nome sparsi per l’Europa. Era la sera di Natale del 1999 [Fine non breve inciso]

Le occhiaie del cameriere arrivano fino alla nuca, la barbetta è incolta. Corre in spazi ristrettissimi, arranca fiero ma svelto come una madonna e dice “ciao !” e poi –povera stellina– spegne l’entusiasmo. Non vedo una fava del menu, occhiali a casa e luce bassissima. Ordino.

Parfait of Fois Gras, Raisin Sec en gelee Madeira: vi suggerisco di servirlo a una temperatura superiore ai meno 20, vedrete che la gente apprezzerà di più l’equilibrio dei tre ingredienti, non originale ma (credo) indovinato; a queste temperature l’uvetta sparisce e con questa luce il madeira sembra una suola di scarpe. Anche una quantità inferiore al mezzo chilo potrebbe aiutare gli appettiti più umani dei continentali.

Degli altri antipasti menzionabili solo il salmone irlandese e il carpaccio di steak che rimangono incompiuti più per inappetenza da aperitivo che per desuetudine a questi stili. Non fanno il minimo testo il collega divoratutto e la sua terrina di anatra ripulita.

Poi vado sulla carne: filetto “Au Poivre Noir, Raisin Sec a l’Armagnac”, carne irlandese ovviamente, perché ci tengono a dirlo. Non sfalda ma è tenera, cottura media come da richiesta e senza una goccia di sangue in più del dovuto. Molto steak davvero, crosticina di pepe quasi ancora croccante e dolcezza di uva che accompagna senza infastidire. Buona.

Dessert un po’ d’ordinanza ma ben fatto, forse dovrei smettere di ricorrere alla creme brulée quando sono pigro e tentare nuove strade.

Posto ri-frequentabile alla bisogna, ma meglio con un paio di tappi per le orecchie.

[Crediti | Link: Marco Pierre White, immagine di Marco Pierre White: StylistCamilo]