di Marco Lungo 18 Ottobre 2010

Sono tornato in un locale dopo molto tempo, era passato almeno un anno e mezzo dalla mia ultima visita. Mi trovavo da quelle parti all’ora di pranzo, ed è certo che il posto meriti una sosta in tale occasione, quindi parcheggio la mia fida Smart e scendo. Entro, vedo qualche novità nel locale, intravedo il proprietario ma non lo saluto subito perché era impegnato con un’altra persona, così ne approfitto per ordinare.

Le persone al bancone erano tutte cambiate, rispetto all’ultima volta: sorridenti, pronte, scattanti e capaci di presentare ogni prodotto con dovizia di particolari e rapidità nell’esposizione. Sui tranci di ciò che avevo chiesto, era stata deliziosamente infilata una piccola forchettina di plastica, sì, proprio quella che vedete in foto, lunga il palmo di una mano. Il suo scopo originario è quello di aiutare il cliente a mangiare tutto l’abbondante e pregiato condimento della porzione ordinata, ma per me no. A me quella forchettina ha raccontato tanto, cominciando proprio da come un locale che in passato era stato criticato proprio per il servizio, avesse fatto qualcosa di tangibile per migliorarlo.

Mi ha raccontato dei nuovi vassoietti così come del nuovo entusiasmo del personale, tanto da sembrare partecipe del successo del posto, così come ora per ogni cliente c’é la spiegazione di cosa ha ordinato ed un pizzico di storia delle origini di quanto è nel vassoietto, tutto ciò raccontato in quattro-parole-quattro e, proprio per questo, piacevoli e mai noiose. Sono stato quasi un’ora dentro questo locale, a quel punto per me nuovo, perché quello che avevo nel ricordo non era questo. La forchettina mi ha detto dei problemi che ci sono stati e di come sono stati superati, mostrandomi come oggi tutto funzionasse diversamente.

Ma, soprattutto, la forchettina mi ha anche ribadito un qualcosa che è nelle mie convinzioni da sempre, e cioè che è il cliente che ti migliora, che le critiche, in qualsiasi modo veicolate, con la giusta chiave sono oro e permettono anche al migliore di tutti di fare un ulteriore balzo in avanti, perché chiunque, aiutato o meno da persone più esperte, può e deve migliorare. Così, nel tempo che sono stato lì prima che il proprietario avesse due minuti per me, la forchettina mi ha fatto notare quanto entusiasmo c’era dietro il bancone, quanto fossero preparati sulla materia tutti i singoli ragazzi al servizio, e che ci fosse sempre un sorriso ed una parola accogliente, nonostante il locale strapieno.

Poi, quando il proprietario si è liberato, la forchettina si è ammutolita ed è rimasta nel mio taschino, mentre parlavo con il suo capo di lieviti, di impasti, di ricette, di grano, di buon cibo e di tante cose di vita, purtroppo non tutte belle ma in risoluzione, di quelle che, alla fine, ci uniscono e ci assimilano. In ultimo, notavo quanto il proprietario e la forchettina si assomigliassero, e quante cose in comune ci fossero anche con i ragazzi al bancone. Dovrei chiamarla armonia, ma è riduttivo. A me piace piuttosto parlare del Genius Loci, stabilitosi lì

Finita la giornata, ormai a casa, ho tirato fuori la forchettina e l’ho messa sul tavolo accanto al pc, ed ha continuato a dirmi che cambiare si può, che tutti dobbiamo tendere al miglioramento ed usare ogni mezzo per accettare suggerimenti e tradurli in cambiamento, che non si finisce mai di imparare e che ci sono zone del gusto ancora inesplorate, soprattutto c’è ancora tanta cultura da dover diffondere, ed anche una piccola forchettina di plastica, messa su un trancio di pizza favoloso, può insegnare tanto a ciascuno di noi, cliente o ristoratore che sia e dirgli che, spesso, i cambiamenti più grandi iniziano proprio dalle piccole cose.

Quante, di queste piccole cose, notate in un locale? Quali segni percepite che vi indicano che c’è stato un cambiamento in positivo? Ascoltate le piccole attenzioni che i proprietari dimostrano come elemento probante del loro sforzo nel servire al meglio il cliente? E quelle negative? Proviamo a fare insieme un elenco…

Ah, chi volesse conoscere la forchettina di persona, faccia un salto al Pizzarium di Roma, da Gabriele Bonci.